mercoledì 21 novembre 2012

INVITO ALLA LETTURA



Fra il 1835 e il 1836 Carlo Cattaneo scrive un saggio sulla questione ebraica. Prende lo spunto da un fatto di cronaca, un contenzioso fra Sviz­zera e Francia dovuto al fatto che cittadini francesi di religione ebraica avevano acquistato un terreno nello stato di Basilea Campagna; stato nel quale era stata approvata una legge costituzionale che proibiva agli Ebrei di avere possedimenti. La Francia si richiamò agli accordi intercorsi fra i due stati che ammettevano il possesso immobiliare dei suoi cittadini su ter­ritorio elvetico. Al di là della querelle, quello che interessa è la lucida ana­lisi politico economica e in particolare giuridica rispetto agli accordi inter­nazionali, ma anche al nuovo senso di condivisione e libertà  democratica, che fa Cattaneo. In particolare, il secondo capitolo che analizza le radici storiche delle interdizioni che avevano subito nei secoli gli Ebrei serve a comprendere i meccanismi di esclusione dal tessuto produttivo subito dal popolo di Israele e il conseguente ricorso all’ambito della gestione del de­naro e dell’economia bancaria, arte nella quale, non a caso, sono invece specialisti gli svizzeri. Nei successivi capitoli Cattaneo si occupa degli ef­fetti economici delle interdizioni, mentre l’ultimo capitolo è una difesa ap­passionata degli Israeliti dalle solite accuse di avidità ed usura. Scrive Cattaneo “I nostri avi condannavano l’Ebreo all’usura e al baratto e poi lo maledicevano come usuraio e barattiere”.
Cattaneo conclude con la sua convinzione  che eliminando ogni tipo di in­terdizione si otterrebbe una progressiva reintegrazione degli Ebrei nel tes­suto sociale ed economico dal quale erano stati espulsi con l’accusa di es­sere dediti al sordido guadagno.
Naturalmente il testo va riletto con la consapevolezza che quasi due secoli hanno modificato testi e contesti. L’analisi di Cattaneo risente essa stessa di pregiudizi gravi, in particolare ignorando che la gran parte della popola­zione ebraica europea viveva in condizioni di estrema povertà, soprattutto nei territori ad est, e l’idea dell’Ebreo ricco e crapulone era uno dei tanti spettri agitati contro le masse nei periodi di carestia e miseria. La retorica bolsa dell’ebreo plutocrate capitalista e artefice del complotto per il domi­nio del mondo trova anche oggi i suoi cultori equamente divisi fra destra e sinistra. È la devastante estensione dell’idea che dalle proprie tenebre, come scriveva Manganelli, non si riesce a sfuggire.
Vi trascrivo alcune pagine dall’edizione Feltrinelli del 1962.
  Una circostanza assai notevole si è che in Francia sulla fine del secolo XIII si cominciò ad involgere nelle persecuzioni an­che i banchieri cristiani e massime i Caorsini e gli Italiani. Questi ultimi, fra le sventure degli Ebrei, avevano tratto a sé la miglior parte del commercio in Francia. Ma in seguito i loro crediti vennero più volte appropriati al fisco; le loro persone incarcerate in una notte e i ripostigli delle loro ricchezze sco­perti colla tortura. Sembra quindi che si prendesse di mira l’usura per sé; e coll’ardor delle crociate s’intepidisse anche l’odio contro la credenza israelitica.  Si erano aperte le scuole e iniziati gli studj. L’errore che “ogni interesse è usura” signor­eggiava le menti. Ma l’insegnamento delle leggi romane, risur­to nelle università, cominciava a ristabilire la legalità dell’interesse. Quindi si cercava di conciliare le opinioni estreme con sottili distinzioni di usure lucratorie e usure com­pensatorie, di lucro cessante e danno emergente, si cercava di palliarle con termini fittizj, con vendite simulate, con cambj e ricambj………………………………………..
Invalse le idee commerciali, ristabilita l’autorità della legge romana e diminuita naturalmente l’usura per l’abbondanza di capitali mobili ai quali il sistema feudale impediva di investirsi liberamente in terre, cessò anche il furor di popolo contro l’usura. I popoli, conosciuto il valore dei capitali, cominciaro­no ad aver cari i capitalisti. Gli israeliti ripullularono in ric­chezza e perciò in numero; ma avevano rivali e non furono più i soli dominatori del commercio universale.
L’odio contro gli Ebrei degenerò piuttosto in dispregio, senti­mento assai lontano dal sangue.
……………………………………………………………………
Nelle tenebre e nella ferocia del medioevo le popolazioni infe­lici, irritate dalla miseria, traviate dall’ignoranza trascorre­vano a farsi giustizia degli usuraj col sangue e la rapina. Gli Ebrei venivano cacciati da paese a paese ma l’amor del lucro diventata l’anima della loro esistenza li rendeva indomabili. ……………………………………………………………………
Fu allora che si stabilirono universalmente quelle ignominose esclusioni che da alcuni statuti non sono peranco espunte, ben­ché i popoli quasi arrossiscano di mostrarne ricordanza.
Esclusi dal diritto di possidenza e talvolta anche dal diritto di domicilio e di soggiorno; esclusi dalla parentela promiscua, ciò che non avviene in altre sette; esclusi quindi dalle affezioni in­time e dalla comunione delle cose e dalle eredità; esclusi dagli onori funebri, dalle armi, dalle magistrature, dagli studj libe­rali, dal libero studio della propria legge; esclusi dalle corpo­razioni fabrili e quindi dall’esercizio delle arti meccaniche; non potevano abitare sotto un tetto che ospitasse cristiani; se­vere leggi interdicevano ai cristiani il sedere a mensa, il giuo­care, il domestico conversare con loro. Non potevano tenere più servi; non servi cristiani perché era vietato; non servi ebrei  perché era prefisso il numero delle famiglie che avevano diritto di risiedere, e chi non era membro di una delle suddette famiglie doveva sgomberare; quindi le famiglie dovevano ser­virsi da sé.  Si volle relegarli al commercio dei cenci, interdi­cendo loro quello dei grani e delle altre cose necessarie alla vita; si vietò ai poverelli soccorsi da loro, di render loro un se­gno di rispetto. Erano relegati nella parte più fetida della città, che chiamossi ghetto, donde non potevano uscire se non in certi giorni e in certe ore; non potevano confondersi fra la folla nelle vie, perché la legge li obbligava a portare un segno di ignominia.

lunedì 19 novembre 2012

AL SUO SERVIZIO


Il rabbi, Boris Dubrov 2006

Il rabbi di Hornisteipel aveva seguaci da cui riceveva in dono grosse somme di denaro. Nonostante ciò, non aveva mai abbastanza soldi per coprire le spese di casa sua, perché tutto ciò che riceveva lo distribuiva ai più bisognosi. Quando la moglie si lamentò che non aveva abbastanza soldi per le spese di casa e gli chiese di conservare un po' di soldi per sé stesso, il rabbi le rispose: «Perché pensi che la gente mi dia i soldi? È perché ci sono alcune persone più ricche e altre più povere; io sono stato scelto come tramite per fare in modo che un po' della ricchezza del ricco vada in mano al povero. Io non sono altro che un servitore, che esegue la volontà di D-o. Se tenessi i soldi per me, sarebbe farne un uso improprio e D-o non vuole questo. Se tengo qualcosa in più per me stesso, verrò congedato dal mio servizio e allora davvero non avremmo più niente».

Da I SENTIERI DELLA GIOIA Raccolta di storie chassidiche vol 2, selezione e traduzione di Shemuel Loloi, ed. Mamash, Milano 2004.

domenica 18 novembre 2012

UMORISMO

 Kletzmers, Boris Dubrov 2009


A
i tempi lontani dello Zar di tutte le Russie, un giorno reclutatori dell’esercito si presentarono in uno shtetl e obbligarono tutti i giovani ebrei, anche gli studenti della yeshivah, ad arruolarsi.
Con grande sorpresa dei loro superiori, i ragazzi ebrei che furono inviati all’addestramento si rivela­rono molto abili nel tiro con le armi, dimostrando tutti un’ottima mira. Cosicché allo scoppio della guerra furono inviati come carne da macello in prima linea. Quando comparvero alla fronte le arma­te nemiche gli ufficiali ordinarono: – Aprite il fuoco – ma non si udì alcuno sparo. – Fuoco, fuoco maledizione!!!! – ordinarono ancora gli ufficiali ma, poiché non succedeva nulla, il generale stesso gridò – In nome dello Zar ma che succede, perché non sparate?!? – Così i giovani ebrei risposero:
– Sparare? Ma cosa vuole che spariamo, non vede che là di fronte c’è della gente?! –

A questo proposito, vi ricordate di quell’ufficiale che in visita al poligono vide tutti i bersagli nel muro centrati con un colpo perfetto al centro? Allora chiese chi fosse mai quel soldato campione di tiro. Gli risposero – È quel ragazzo laggiù, quel giovane ebreo – Così l’ufficiale chiamò il giovane. – Dimmi ragazzo, come fai ad avere una mira così straordinaria da centrare con un solo colpo il cerchio piccolo del bersaglio? – Oh signore, molto semplice, prima sparo nel muro e poi vado a fare i cerchi attorno al buco!!





mercoledì 14 novembre 2012

SHABATH 3 KISLEV 5773 / 16-17 NOVEMBRE 2012

Ebrei in preghiera nella Sinagoga durante Yom Kippur, dipinto di Maurycy Gottlieb, rielaborato da Israel Eliahu inserendo i volti di alcuni membri del Centro Tiqqun

ORARI DI SIRACUSA
Accensione ore 16.30                         
Havdalah     ore 17.29
Per le altre località vedi  http://www.myzmanim.com/search.aspx

PARASHAH: Toldoth (Bereshith 25,19 - 28,9)
HAFTARAH: Malakhi 1,1 - 2,7

PARASHAH TOLDOTH

Shalom a tutti.
Questa settimana vi propongo la lettura di alcuni midrashim che si riferiscono alla Parashà Toledoth.
Innanzi tutto ricordiamo che cosa si intende col termine midrash. La parola deriva  dalla radice drsh, ricercare, indagare. Quindi si fa riferimento a quell'esercizio esegetico che appunto si fonda sulla profonda ricerca e approfondimento del testo della Torah e dei libri sacri al nostro popolo e che vide il suo acme nell'opera dei maestri dottori ebrei di epoca Talmudica fra gli ultimi secoli avanti e.v. e i primi 5 secoli dell'e.v. ma ha origini antichissime; già in Esdra 7,10 troviamo un riferimento ad "indagare la legge del Signore".  Possiamo anche dire che si sviluppa in epoca ellenistica, fiorisce in epoca romana e viene redatto, così come lo conosciamo dai testi, in epoca medievale.
Scrive Jehuda Zegdun che davanti alle sofferenze del popolo ebraico, alla convivenza con culture atee e antropocentriche, di fronte a questi problemi che assumono anche una valenza esistenziale... "ecco fiorire
l'insegnamento dei Maestri del Midrash che affrontano e vivono i grandi e piccoli problemi quotidiani della gente, offrono soluzioni, colmano lacune, consolano, sostengono e rinsaldano lo spirito del popolo. Si sviluppa e si diffonde il metodo interpretativo del Midrash  che ricerca nel testo biblico le risposte ai drammi del popolo".
Quindi si parla di esegetica scritturale e tutta quell'attività intellettuale che ad essa è connessa.
Il Midrash dunque è un "compimento" della Scrittura (dal verbo leqajjem, compiere).
Il Midrash, pur mantenendo il suo carattere popolare a volte didascalico e concreto, apre e svela la mishmaʽ, la cosa udita, il senso più ovvio trova la sua amplificazione in segni paralleli più complessi.
Come sapete ci sono due tipi di Midrash: quello relativo alla Halakhah (deriva da cammino, procedere) riferito alla componente legale e giuridica e quello relativo alla Haggadah, la narrazione storica, mitica o leggendaria legata ai testi sacri. Ed è proprio nelle sinagoghe che questo tipo di letteratura omiletica, con le derashot, si sviluppa.
I  midrashim che seguono sono dunque riferiti all'episodio della vendita della primogenitura e all'«inganno» di Yaʽacov. 
Il primo, La benedizione di Isacco (Gen 27) è tratto dal volume:
Riccardo Pacifici, Midrashim, fatti e personaggi biblici.
"E chiamò Esaù" (Gen 27,1)
Era la sera di Pesach e Isacco chiamo Esaù, suo figlio maggiore, e gli disse:
"figlio mio, questa sera tutto il mondo dice l'Hallel, questa sera i tesori delle rugiade celesti sono aperti; preparami dei cibi succulenti e ti benedirò, mentre sono ancora in vita". Ma lo Spirito Santo replicava: "Non mangiare il pane
dell'invidioso e non desiderare le sue delizie (Prov 23,6)".
Esaù uscì per portare quanto gli era stato chiesto e si trattenne a lungo. Allora Rebecca disse a Giacobbe: "Figlio mio questa sera i tesori delle rugiade celesti sono aperti, questa sera gli angeli cantano inni di lode, prepara dei buoni cibi per tuo padre, così ti benedirà, mentre è ancora in vita".
Giacobbe andò e portò due capretti (Pirke de Rabbi Eliezer, 32).
" E Isacco fu preso da un terribile spavento" (Gen 27,33).
Cos'è detto prima? "Giacobbe era appena uscito dalla presenza di suo padre" (ivi, 30): l'uno usciva, l'altro entrava. Com'è possibile? Si spiega così: Chi è alla luce non vede chi è nell'oscurità, ma viceversa chi è nell'oscurità vede chi è alla luce. Esaù che veniva da fuori, non vide Giacobbe che era nell'interno della casa, mentre Giacobbe lo vide e si nascose dietro alla porta. Quando fu passato, Giacobbe uscì. E come calcolò così esattamente il tempo perchè Esaù non sopraggiungesse e non ricevesse lui la benedizione? La cosa deve spiegarsi nel modo seguente: quando Esaù fu uscito per la caccia il Santo, Benedetto Egli sia, gli inviò il Satan e non gli permise di cacciare finchè Giacobbe non fu venuto a prendere la benedizione. Praticamente come avvenne ciò? Esaù inseguiva un cervo, riusciva a cacciarlo, poi lo legava e lo lasciava, per correre dietro a un altro cervo che legava parimenti; ma intanto veniva il Satan, scioglieva i cervi e li lasciava fuggire; questo avvenne due o tre volte: Così Esaù perdeva tempo, e frattanto Giacobbe venne e prese la benedizione.
Quando Esaù entrò, cominciò a gridare con arroganza: "Si alzi mio padre e mangi la cacciagione di suo figlio" (ivi,31): "Si alzi", come gli impartisse un ordine! Al contrario, Giacobbe parlò in tutt'altra forma: "Sorgi, deh, siediti e mangia" (ivi,19): tre espressioni che denotano preghiera, umiltà e remissione; invece quel peccatore disse: "Si alzi mio padre e mangi!". In quel momento Isacco riconobbe la sua voce e, spaventato gli disse: "Chi sei tu?". Quando invece era entrato Giacobbe, il profumo del Giardino Terrestre lo aveva accompagnato e Isacco si deliziò di quella soave fragranza, come è detto: "Vedi il profumo recato da mio figlio, è come il profumo della campagna che il Signore ha benedetto" (ivi,27) e,
nel dire ciò, gli impartì la benedizione. Ma quando entrò Esaù, sembrò che l'inferno gli si spalancasse dinanzi e perciò è scritto: "E fu colto Isacco da un grande spavento" (ivi,33); infatti, nel suo animo sorpreso pensò: "...mi sembra di vedere l'inferno e che Esaù  ne alimenta il fuoco".
"Chi è dunque colui che ha cacciato?" (ivi,33); Il testo usa per due volte il termine caccia; perchè? Disse Isacco ad esaù: "Tu sei andato a cacciare e invece sei stato a tua volta cacciato" (Tanchuma - Toledot)
È evidente qui l'intento di mostrare nella narrazione come Esaù abbia il destino segnato, in parte dalla sua esuberanza caratteriale, in parte dagli ostacoli che Satan frappone alla sua caccia, ma che non fosse lui il designato alla berakhah di Isacco.
Il midrash seguente, che vi invito caldamente a meditare, pur partendo dal commento alla nostra parashah Toledoth, attraverso una serie di collegamenti delinea il tema che Zegdun definisce "Una lotta eterna o della stupidità umana":
"Esaù serbò odio a Giacobbe per la benedizione che suo padre gli aveva dato e disse in cuor suo: Sono vicini i giorni del lutto di mio padre; allora ucciderò mio fratello Giacobbe" (Genesi, 27, 41).
"E il bue o l'agnello non li scannerete con il figlio nello stesso giorno" (Levitico 22, 28).
Disse Rabbi Berechjà a nome di Rabbi Levì: è scritto (Prov 12,10) "Il giusto conosce l'anima del suo bestiame, ma la pietà dei malvagi è crudeltà".
" Il giusto conosce..." questo è D-o in quanto è scritto nella Torah (Deut. 22,6): "qualora ti capitasse per la strada il nido di un uccello... e contenga pulcini o uova e la madre li sta covando non devi prendere la madre sopra i figli".
"La misericordia dei malvagi..." questo è Sennacheribbo, in quanto su di lui è scritto (Osea 10,14): "madre e figli verranno schiacciati".
Altra spiegazione: "Il giusto conosce" questo è D-o in quanto è scritto nella Torah (Lev 22,27) Qualora nasca un animale bovino, ovino o caprino, resterà sette giorni con sua madre, e dall' ottavo giorno in poi sarà gradito come sacrificio..."; "La misericordia dei malvagi è crudeltà" questo è Amman il malvagio, in quanto è scritto (Ester 3,13) "... coll'ordine di sterminare, di uccidere, di distruggere tutti gli Ebrei, dal giovane al vecchio, bimbi e donne, nello stesso giorno".
Disse Rabbi Levì: Guai ai malvagi che operano (che confabulano) contro Israele e ognuno di essi dice: la mia idea è migliore della tua. Esaù disse: "Stupido era Caino, che uccise suo fratello mentre suo padre era in vita; e non sapeva forse che suo padre avrebbe prolificato e quindi aumentato la prole? Io non agisco così, bensì (Gen. 27,41): "Si avvicineranno i giorni di lutto di mio padre e ucciderò Giacobbe mio fratello".
Il Faraone disse: "Stupido era Esaù, che disse "si avvicineranno i giorni di lutto di mio padre"; e non immaginava che suo fratello avrebbe avuto figli mentre suo padre era in vita? Io non agisco così, bensì li uccido mentre sono piccoli", come è detto "quando assisterete le donne ebree nel parto, osservate il luogo in cui si trova il neonato e se è un maschio lo ucciderete..." (Esodo 1,16).
Aman disse "Stupido era il faraone che disse: "ogni figlio che nascerà..."; e non sapeva forse che le figlie avrebbero prolificato e fatto aumentare la prole? Io non agisco così, bensì: "sterminare, uccidere, distruggere tutti gli Ebrei, dal giovane al vecchio, bimbi e donne nello stesso giorno".
(A questo punto Jehuda Zegdun commenta: Oggi si potrebbe aggiungere: Hitler disse; "Stupido era Aman che disse : "distruggere tutti gli Ebrei..."; non sapeva che tutto il mondo l'avrebbe saputo e gli avrebbe impedito di attuare il suo piano?
Io non agisco così, bensì creo i campi di lavoro, così nessuno si accorgerà della soluzione finale).
Altrettanto Gog e Magog in futuro diranno: "Sono stati stupidi i primi che confabularono contro Israele; non sapevano forse che i figli di Israele hanno chi li protegge in cielo? Io non agisco così, bensì prima mi occupo del loro Signore e poi di loro", come è scrito (Salmi, 2,2) "Insorgono i Re della terra, i Principi si consigliano tra di loro contro il Signore e contro il suo unto".
Gli disse D-o: "Malvagio! Di me ti vuoi occupare? Giuro che muovo guerra contro di te" come è scritto (Isaia 42,13) "Il Signore uscirà come un prode, farà agire il suo zelo come un guerriero". È scritto ancora (Zaccaria 14,3): "E il Signore sorgerà a combattere contro quelle nazioni...".
E così è scritto là (ivi 14,3): "Il Signore sarà proclamato Re su tutta la terra; in quel giorno il Signore sarà l'unico e il Suo nome uno".
(Tratto da: Jehuda Zegdun: Il mondo del Midrash. Roma, Carucci)
Badate come in questa esposizione, per Gzerah shawah, cioè per analogia ma anche attraverso altri criteri ermeneutici come Klal ufrat (particolare-generale) ovvero una affermazione generale dedotta da quella particolare, nonchè con la Binjan av mikatuv ehad webinjan av mishnè ketuvim, la costruzione attraverso il raggruppamento di più testi, si ottenga una omiletica di grande valore educativo, etico oltre che di introduzione e spiegazione dei testi sacri.
Shabbat shalom
Israel Eliahu

martedì 13 novembre 2012

SALMU 32



 


1Biatu l'omu a cui è stata rimessa la curpa e pirdunatu lu piccatu. 2 Biatu l'omu ca sa' mantinutu sanu 'nta la grazia di D-u e nô so' spiritu nun c'è ingannu. 3 Stavu mutu e si cunsumavunu li mei ossa mentri cu lu gemitu stavu tuttu lu iornu. 4 Iornu e notti pisava supra di mia la to' manu comu pi l'arsura 'nta la stati siccava lu miu viguri. 5 T'haiu ammustratu lu me' piccatu nunn'haiu ammucciatu lu miu erruri. Haiu dittu: A Tia, Signuri, cunfessu li mei curpi. E Tu hai rimessu la malizia di lu me' piccatu. 6 Pi chistu ti preia ogni fidili quannu è angustiatu. Quandu irromperannu grandi acque nun lu putrannu raggiungiri. 7 Tu si u me' rifuggiu, mi sarvi e mi circundi di esultanza pi la sarvizza. 8 Ti farò saggiu, t'indicherò la via da seguire, cu li occhi supra i tia ti darò cunsigghiu. 9 Nun siate comu lu cavaddu o cumu ô mulu senza ggiurizziu, si piega la loru fierizza cu lu morsu e cu li brigghi, si no a tia nun si avvicinunu. 10 Sarannu assai i dulura di lu empiu, ma la grazia circonda cu confida nô Signuri. 11 Giuiti nô Signuri ed esultati giusti, giubilate voi tutti, netti di cori.

 Traduzione di Khaim Jehuda - Giovanni Ferdinando Giudice (di proprietà dell’autore)

lunedì 12 novembre 2012

Dov'eravamo rimasti...?

Non sempre ci sono chiari i disegni di Kadosh Barukh Hu. A volte l'immutabile tenacia delle leggi del creato e le vite delle misere creature che lo popolano possono apparire orbite di pianeti lontani. Sappiamo che non sempre il tempo della semenza porta frutto, un rigido inverno o la siccità possono compromettere il raccolto, ma sotto la neve o nelle crepe della terra il seme porta il codice della vita, e di nuovo germoglierà ricco di umori e di speranza.
Noi porteremo questa speranza come il segno della presenza divina sulla terra, raccoglieremo la voce di D-o come nostro canto, ogni giorno testimonieremo che anche qui, nella terra nera e ricca di Sicilia, sulle rocce bianche di questa città, nelle profondità dove l’acqua lustrale alimenta il miqweh di Siracusa siamo vivi, fratelli nella preghiera e nella fede.
Israel Eliahu




Certo accadono cose che un tempo la nostra ragione non avrebbe creduto possibili. Ma forse possediamo altri organi oltre alla ragione, organi che allora non conoscevamo, e che potrebbero farci capire questa realtà sconcertante.
Io credo che per ogni evento l'uomo possieda un organo che gli consente di superarlo.
Se noi salveremo i nostri corpi e basta dai campi di prigionia, dovunque essi siano, sarà troppo poco.
Non si tratta infatti di conservare questa vita a ogni costo, ma di come la si conserva. A volte penso che ogni situazione, buona o cattiva, possa arricchire l'uomo di nuove prospettive. E se noi abbandoniamo al loro destino i duri fatti che dobbiamo irrevocabilmente affrontare - se non li ospitiamo nelle nostre teste e nei nostri cuori, per farli decantare e divenire fattori di crescita e di comprensione - allora non siamo una generazione vitale. 
Certo non è così semplice, e forse meno che mai per noi ebrei; ma se non sapremo offrire al mondo impoverito del dopoguerra nient'altro che i nostri corpi salvati a ogni costo - e non un nuovo senso delle cose, attinto dai pozzi più profondi della nostra miseria e disperazione - allora non basterà. Dai campi stessi dovranno irraggiarsi nuovi pensieri, nuove conoscenze dovranno portar chiarezza oltre i recinti di filo spinato, e congiungersi con quelle che là fuori ci si deve ora conquistare con altrettanta pena, e in circostanze che diventano quasi altrettanto difficili. E forse allora, sulla base di una comune e onesta ricerca di chiarezza su questi oscuri avvenimenti, la vita sbandata potrà di nuovo fare un cauto passo avanti.
Etty Hillesum, Lettere 1942-43, Ed. Adelphi