giovedì 25 aprile 2013

SHABBATH 17 IYAR 5773 / 26-27 APRILE 2013

 
Albert Benaroya: Havdalah

ORARI DI SIRACUSA
Accensione  ore  19.25
Havdalah             20.26
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PARASHAH EMOR: Vayqra 21 - 24
HAFTARAH Yechezqiel 44, 15-31
 
In questa Parashah vengono date le festività di Israele. Fra queste Shavuʽot. Poiché è la nostra prossima festività colgliamo l’occasione per parlarne. Shavuʽot cade il 6 del mese di Sivan, ma questa data non è stabilita dalla Torah. Quest’anno, nel calendario gregoriano è mercoledì 15 maggio. È una festa prescritta dalla Torah (Devarim16, 16) ed è una delle Sheloshà Regalim, ovvero di quelle feste che comportavano il pellegrinaggio a Yerushala’m, insieme a Pesach e Sukkot. Shavuʽot è diversa dalle altre Sheloshà Regalim, infatti dura un sol giorno, ovviamente due in Galut, in diaspora (per la verità Il Chatam Sofer dice che in effetti non ci sarebbe la necessità di un secondo giorno a Shavuot perché cade 50 giorni dopo Pesach e conoscendo la data di Pesach non c’è il dubbio dell’errore; ma aggiunge che in questo caso il precetto rabbinico mira a rafforzarci per due giorni nel ricevere il Mattan Torah). Questa brevità rispetto a Sukkot e a Pesach accentua ancora di più la sua importanza proprio per il rapporto diretto con D-o nell’evento più importante della storia dell’umanità, ma è anche vero che questa festa viene preparata, potremmo dire maturata per tutto il periodo del ʽOmer.
Shavuʽot letteralmente significa settimane, ma al tempo dell’ebraismo greco fu denominata Pentecoste. Sette sono infatti le settimane che la separano da Pesach, cinquanta sono i giorni. Nella Torah si chiama ʽAtzeret che significa conclusione, ovvero fine dei quel periodo di conteggio del ʽomer detto sefirà, che rappresenta quel tempo di rieducazione, di formazione dell’uomo al fine di essere pronto per ricevere dono della Torah, il Mattan Torah, che nel giorno di Shavuʽot ricordiamo, e che è il momento centrale della rivelazione ebraica. Dobbiamo intenderlo anche come progressiva purificazione, che nella nostra società deve comportare anche una disintossicazione da tutti gli elementi di corruzione del nostro quotidiano. Essere pronti al dono della Torah non è così semplice. Pensate al vitello d’oro, evento idolatrico possibile solo perché una parte del popolo che era fuggito dall’Egitto non era in condizioni di ricevere la legge di D-o. Essere fedeli della Torah non è semplice in un contesto culturale e sociale come quello in cui ci troviamo e con tutte le tentazioni di facile idolatria che ci vengono offerte. Dice Benamozegh “La prima condizione per farsi dappresso alla collina è l’animo libero, padrone di sé. Indipendente da ogni mortale sudditanza”. Jonathan Pacifici scrive che “studiare la Torah è un uccidere il proprio ego. Per mantenere la Torah è necessario un processo rieducativo alla ricerca del proprio io che parte necessariamente dalla Torah del Signore per giungere alla nostra Torah”.  
Benamozegh aggiunge “Ma Israele non solo è libero, ma è uno! … la rivelazione bisogna guardarla, intenderla, interpretarla non con gli occhi, non con la mente dell’individuo, ma con quelli della nazione, non col criterio scismatico, egoistico, dissolutivo di ogni singolo intelletto, ma con quello comune, sintetico, collettivo del popolo, di tutti i tempi, di tutti i luoghi … Davanti alla rivelazione deve sparire l’individuo e restare il popolo”. In queste parole c’è il senso ultimo di Israele, ma con l’umiltà di sapere che essere il popolo eletto significa portare avanti un ministero, una missione di salvezza per l’intera umanità. El ʽolam, D-o dell’universo! Come Adam fu simbolo e fonte di tutto il genere umano, il ritorno all’Adam Kadmon, l’Adam archetipale, l’antico Adamo unitario, sarà per tutti gli uomini perché il Signore a tutti gli uomini ha dato la sua Torah.
Come sempre la festa religiosa, di definizione rabbinica, si innesta su una antecedente festa legata al ciclo della natura e dell’agricoltura. Per questo motivo ha altri nomi: Chag haBikkurim ovvero festa delle primizie, perché in questo giorno si portava al Tempio, al Bet haMikdash, il pane impastato del frumento prodotto in quello stesso anno e le sette primizie della Terra di Israele, cioè frumento, orzo, uva, melograno, datteri, fichi, olive.
Si chiama anche Chag haZakir cioè festa della mietitura e in questo giorno è prescritto di leggere la Meghillat Ruth, il cui narrato si svolge proprio al tempo della mietitura e che per la nostra Comunità ha un valore particolare in quanto racconta di quel legame miracoloso che conduce le persone alla fede ebraica. La Meghillat Ruth è un testo che troviamo fra gli agiografi; racconta, come sapete, la storia di Ruth la Moabita che va in sposa ad un Ebreo. Rimasta vedova decide autonomamente di condividere la vita di Israele restando con la suocera Noemi, abbracciando la fede ebraica e successivamente si risposa con un altro Ebreo, Boʽaz, dando origine a quella stirpe da cui nascerà il Re Davide e dalla quale, secondo i nostri Maestri, discenderà il Mashiach.
Ma il carattere principale per il quale noi festeggiamo Shavuʽot è perché in questo giorno noi ricordiamo e celebriamo -ed ecco un altro nome di Shavu’ot- il tempo del dono della Torah: Zeman Mattan Toratenu. Questa è, come scrive Benamozegh, la ricorrenza della Rivelazione, l’eterna verità del Sinai. La grande teofania in cui D-o, per bocca di Moshè, “parla a tutti noi, nella lingua che ognuno di noi sa comprendere, che ci entra dentro nel cuore, nel midollo della ossa” perché, scrive ancora il grande rabbino “la verità si esprimeva nel misurarsi e proporzionarsi e modularsi secondo le forze fisiche e morali di ognuno, secondo il sesso e l’età, l’intelletto e le condizioni”. Dicono i dottori del Talmud che non fu solo l’ebraico la lingua della rivelazione sinaitica ma settanta lingue, tutte le lingue della terra degli uomini cosicché tutti la comprendessero”. Vi leggo questo passo dalla prima delle cinque lezioni di Benamozegh su Shavuʽot che potete trovare in un volume edito dall’Editore Belforte:
“È infine dalla Tradizione che sappiamo come tutto nella Rivelazione del Sinai esprimeva quella prerogativa grande, suprema, unica, che ha l’ebraismo di farsi tutto a tutti; di farsi come Elia piccino coi piccini per dar loro vita, di essere latte pei bimbi, miele pei giovani, vino per i vecchi, olio per i malati, di essere come la manna che prendeva tutti i sapori per contentare tutti i gusti, di essere poesia per i poeti, storia per gli storici, legge per i legali, erudizione per gli eruditi, morale per i filantropi, teologia per i teologi, di avere un linguaggio per il popolo, un altro per i dotti, un terzo pei positivi, un quarto per i contemplativi, di essere letterale, anagogico, allegorico, teologico (ricordate i 4 livelli Peshat, Remez, Darash, Sod, insomma il Pardes) e nel Peshat cento forme, e nel Remez e nel Daresh e nel Sod cento e cento forme e altre così e senza fine quante sono le generazioni e gli individui che si succedono, sempre restando uno, sempre lo stesso…” Ecco, vedete, il dono della Torah è per ciascuno di noi “come l’acqua piovana che scende dal cielo e diventa vino nelle viti, olio nelle olive, sapori umori e odori e farmaci infiniti nelle infinite famiglie di frutti di fiori…”
Ecco che questo ricordare il Mattan Torah è responsabilità di ognuno di noi, perché tutti personalmente siamo stati chiamati da D-o a testimoniare il dono di esistere e di vivere secondo le leggi della Torah.
A proposito di fiori, sapete che a Shavuʽot è tradizione, secondo il minhag di molte comunità, di portare fiori nelle case e in Sinagoga per ricordare con gioia il dono della Torah.
La tradizione vuole che le parole divine fossero accompagnate da un profumo, una fragranza celeste che riempì il creato, ma non è questa l’unica motivazione a questa usanza che non sembrerebbe specificatamente ebraica. Pensate ad esempio come nei cimiteri ebraici non sia consentito l’omaggio dei fiori proprio perché simbolo di esteriorità. Va detto comunque che nel medioevo, in testi cabalistici ed in particolare nello Zohar, la rosa assume un significato particolare con corrispondenze fra la disposizione dei petali ed alcuni versi di Bereshit, nella costruzione di un fiore simbolico. Scrive Giulio Busi che nel Tiqqune ha-zohar, un testo degli inizi del trecento, l’autore determina una relazione fra i componenti della corolla e le lettere del Tetragramma in una lettura rovesciata. Scrive Busi: “Ben lungi dall’essere il risultato di un semplice capriccio simbolico, questo Nome speculare è in realtà del tutto coerente con lo statuto simbolico della rosa mistica, segno visibile della sefirat Malkhut (del Regno) che secondo la tradizione cabbalistica è lo specchio opaco nel quale si riflette l’emanazione superna: la rosa accoglie metaforicamente la potenza divina e ne manifesta l’intensità”.
Ancora un Midrash costruito sul verso “Come una rosa fra le spine” (Shir Hashirim 2, 2) racconta di come un giardino incolto fu salvato in virtù del fatto che un re vi trovò una rosa profumata e se ne deliziò. Dice il midrash: “Analogamente, tutto il mondo non fu creato se non in grazia della Torah. Dopo 26 generazioni il Santo, Benedetto Egli sia, osservò il mondo, per rendersi conto di ciò che aveva  prodotto, ma non vi trovò che acqua: la generazione di Enoch: acqua; allora chiamò i distruttori perché venissero a demolire il mondo, ma in quel momento scorse una bella rosa, cioè Israele, la colse, ne gustò il profumo quando pronunciò i dieci comandamenti, se ne deliziò quando tutto Israele disse: “faremo e ascolteremo ciò che D-o ha comandato” (Shemot 24, 7).
Allora il Santo, Benedetto Egli sia, disse: “Per questa rosa sarà risparmiato il giardino, vale a dire: per merito della Torah e di Israele il mondo sarà salvo” (Vajkra Rabba 23).
Come dicevamo l’addobbo di fiori è relativo al minhag di ogni comunità. A Roma Shavuot viene anche chiamata Pasqua Rosa.
Poiché questo costume deriva per lo più da midrashim, è ovvio chiedersi se è lecito derivare una halachà da un Midrash. A tale proposito Rav Somekh risponde che questo è possibile purché “non sia in contraddizione con altre fonti halachike”.
A Shavuʽot è  consuetudine comune consumare latticini. Questo è dovuto, come è da tutti accettato, al fatto che Israele è il paese del latte e del miele ed è questa la promessa che fa il Santo Benedetto al Suo popolo e la Torah è lo strumento che costruisce Israele. La tradizione dice che lo studio della Torah ha il sapore del latte e del miele; ma si dice anche che il latte è l’alimento materno e il popolo di Israele è come un bambino cui la Torah dà nutrimento.
Un’altra spiegazione è riferita al fatto che quando gli Ebrei ricevettero la Torah non erano ancora esperti della shechità, la macellazione rituale e quindi si astennero dal mangiare carne. Qualcuno aggiunge che il valore numerico della parola chalav (latte) è 40 secondo la gematria, come i 40 giorni trascorsi da Moshè sul Sinai.
Il latte è bianco e il bianco è anche il colore della trascendenza, dell’elevazione spirituale, della purificazione ed è questa la condizione in cui noi dobbiamo giungere a questo appuntamento con la redenzione e la sacralità. Questi cinquanta giorni che ci hanno condotti da Pesach al Mattan Torah sono un periodo di costruzione spirituale che ci conduce dal rosso del sangue di Pesach al bianco di Shavuʽot. Dalla Testimonianza che il Signore ci ha condotti fuori da ogni Egitto alla nostra confermazione nella sua legge.
Potete trovare anche nello Zohar un capitolo in qualche modo connesso con queste tematiche: Del bianco e del rosso delle rose e del profumo della preghiera. Potete trovare l'edizione critica del testo completo per cura di Giulio Busi edito da Einaudi nella collana I Millenni.
Shavuʽot è giorno festivo per cui si seguono tutte le regole dello yom tov, con l’accensione dei lumi, il Kiddush e l’Havdalà.
La particolarità è che la prima sera di Shavuʽot  si attende la comparsa delle tre stelle prima di recitare Arvit per fare in modo che il conteggio del ʽOmer sia completo, come è scritto: “Saranno sette settimane complete” (Vaykrà 23,15).
Chiudiamo con questo insegnamento tratto dal Talmud Bavli, Shabbat 31°:
Una volta un pagano andò da Shammaj e gli disse:
“Mi converto al giudaismo a condizione che tu mi insegni tutta la Torah mentre io sto su un piede solo”.
Con un bastone in mano Shammaj lo cacciò subito.
Il pagano andò allora da Hillel e di nuovo espresse il suo desiderio:
“Mi converto al giudaismo a condizione che tu mi spieghi tutta la Torah mentre sto su un piede solo”.
Hillel lo accolse nel giudaismo e lo istruì in questo modo:
“Quello che non vuoi sia fatto a te, non farlo agli altri! Questa è tutta la Torah. Il resto è commento. Va e studia!”.
Shabbat shalom
Israel Eliahu

mercoledì 17 aprile 2013

SHABATH 10 IYAR 5773 / 19-20 APRILE 2013

Boris Dubrov: Studio

ORARI DI SIRACUSA
Accensione  ore  19.19
Havdalah            20.19
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PARASHOTH ACHARÈ MOTH e QEDOSHIM: Vayqrà 16 - 18, 19 - 20
HAFTAROTH: Yechezqiel 22, 1-16; 20, 1-19


Nel diciassettesimo capitolo nella Parashah di questa settimana, Acharè Moth, troviamo il divieto di cibarsi di sangue. Cerchiamo di comprendere allora il valore del sangue per gli Ebrei e che cosa implica, poiché il contravvenire a questo divieto è un peccato contro D-o  e,  secondo molte fonti, se non c'è una sincera Teshuvà e la non reiterazione, comporta una pena gravissima: il Karet, cioè la separazione da Israele. La traduzione del termine Karet, letteralmente “tagliamento” è intesa da alcuni come separazione dalla vita, da altri come interruzione della discendenza, da altri impossibilità di una vita in un al di là. Noi preferiamo intenderla come la pena massima, cioè la separazione da Israele.
“La voce dei sangui di tuo fratello grida a Me dalla terra”: la frase che D-o grida contro Cain è esplicita, “La voce dei sangui”, il sangue è stato versato. Secondo alcuni commentatori anche la proibizione per gli Ebrei di frequentare le arene dove si teneva lo spettacolo gladiatorio, il pugilato e il pancratium deriverebbe dal fatto che con un cambiamento, una interpretazione “della particella elai, a me in alai, contro di me,  era contro D-o stesso, che il sangue della vittima gridava lo scandalo, lo strazio, lo scempio…” (Raniero Fontana Avodah Zarah. Mimesis, 2011).
Tra l’altro nella Torah la parola è al plurale, i sangui e generalmente le parole che vengono utilizzate al plurale come in questo caso o che addirittura non hanno singolare come maym acqua e chaym vita indicano una grande quantità o una molteplicità costitutiva del concetto espresso.
Siamo un po’ lontani da quanto espresso da Hamas secondo cui uccidere, versare il sangue degli Ebrei è un modo per avvicinarsi a D-o (Repubblica 27 novembre 2000).
La sacralità del sangue dà voce a due espressioni contigue ma non ambivalenti in quanto sono l’una e l’altra riconducibili alla stessa qedushà. Abbiamo visto il valore del sangue in alcune ritualità enunciate nella Torah: Moshè asperge il popolo per sancire l’alleanza con D-o (Shemot 24, 8); gli stipiti delle porte segnate col sangue del capretto, ne abbiamo parlato a Pesach; D. Piazza ricorda come Maimonide (Egitto, XII sec) intenda il sacrificio dei capretti e la successiva azione di tingere col sangue gli stipiti come preciso segnale antiidolatrico; e ancora il rituale di purificazione tramite aspersione con sangue dopo la guarigione dalla tzaraʽath (Anna Foa ha recensito un volume David Biale: Blood and belief. The circulation of a symbol between Jews and Christian, Berkeley 2007). 
Cerchiamo di capire allora il significato di questo elemento rosso (adom) e vitale: la parola sangue inteso come elemento dell’organismo umano in ebraico è dam  דַם la sua radice alla parola adam, uomo, è evidente; ed è evidente la relazione con la parola adamà, terra. Dam è allora quell’elemento vitale che esprime in sè il principio primo vitale, quello che trasforma  la materia prima  in essere vivente, nell’adam, per azione divina.
 D-o il Signore formò l'uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici l'alito vitale e l'uomo divenne un'anima vivente.
Dam è il nefesh, l’anima animale, quella più vicina al corpo, la somma di tutti i processi biologici, l’intelligenza della vita.
Vi ricordo che vi sono cinque gradi dell’anima: Nefesh, Ruach, Neshamah e le due proprie degli zaddiqim e delle persone spiritualmente avanzate, Chayah e Yechidà (stato supremo dell’anima nell’unione con D-o).
“L'anima si manifesta nella persona come Neshamah, il soffio vitale, la coscienza; Ruach, lo spirito, l'emozione; e Nefesh, l'integrazione del corpo, il nutrimento dell'anima. Le tre manifestazioni dell'anima accendono la persona come il fuoco illumina una lampada, Nefesh come lo stoppino, Ruach come l'olio e Neshamah come la fiamma, come è scritto in Proverbi
20, 27: Lo spirito dell'uomo è una fiaccola del Signore che scruta tutti i segreti recessi del cuore” Tratto dallo Zohar.
La sacralità del sangue consiste proprio in questo, nell’essere il principio divino infuso nella materia per vivificarla.
A testimonianza di questo vi ricordo che secondo la legge ebraica chi procurava la morte per colpa e non volontarietà veniva allontanato in esilio fino alla morte del Kohen hagadol, generalmente arrivato molto anziano a questo importante ruolo. Se l’omicida non ottemperava a questo obbligo di esilio e tornava alla propria residenza, il redentore del sangue, goel haddam, generalmente un parente della vittima, aveva il diritto, non l’obbligo, di poterlo giustiziare. Nel momento in cui l’omicida usciva dall’esilio di lui si diceva non ha sangue.
Non è certo un caso che anche in relazione alla shechità cioè la macellazione rituale ebraica per jugulazione le norme siano rigorose e rigide.
Nella macellazione degli animali selvatici, quelli che non si offrivano al tempio, il sangue che cade a terra deve essere coperto di terra, quasi dovesse ritornare all’adamà. La procedura si chiama in ebraico kissuy haddam.
Nella carne non deve rimanere traccia di sangue. La materia deve essere privata completamente del principio vitale, il dam hannefesh.
Il sangue che fuoriesce dall’animale al momento dell’uccisione non può essere mangiato e con una prassi di salatura deve essere estratto il sangue e il siero residuo nei tessuti della carne destinata all’alimentazione.
Pensate che secondo la letteratura rabbinica la proibizione di mangiare sangue è tanto rigida che è proibito assumere il proprio stesso sangue se esce da un taglio o da una ferita, anche se in bocca, dunque in questo caso si dovrebbe sputare.
È anche vero che il sangue è l’elemento più corrompibile e velocizza la putrefazione, probabilmente anche in questo caso possiamo vedere princìpi che comunque corrispondono ad elementari regole di sanità. La prassi successiva di osservazione degli organi degli animali esula dall’argomento trattato in questo approfondimento, magari ne parleremo in altra occasione.
Ci sono capitoli particolari che riguardano il sangue mestruale e il dam betulim ovvero il sangue della verginità, ma ne abbiamo parlato in altre derashoth.
Però in particolare vorrei che prendessimo in considerazione alcuni reati che equivalgono allo spargimento di sangue e dunque fanno riferimento in particolare al VI degli ʽasseret hadibberot : Lo tirtzach, non assassinare. Sapete che non essendo compreso il causare morte per legittima difesa, in battaglia o la pena di morte, tradurre come non uccidere non è corretto. Sebbene ogni uomo debba fare tutto quello che è in suo potere per evitare di condurre a morte un altro essere vivente anche in questi tre casi prescritti.
Dunque fra i reati equiparabili allo spargimento di sangue c’è il diffamare con parole o indurre a vergogna un altro individuo. Secondo alcuni pareri rabbinici la cosa è evidente anche dal fatto che la vergogna induce afflusso di sangue alle gote rendendo visibile questa uccisione spirituale. La maldicenza, la lashon haraʽ è uno di questi reati, ne abbiamo già parlato in altre occasioni, ancor più grave se induce un’intera collettività a macchiarsi di una colpa, tanto da non essere nemmeno prevista una teshuvà che il Signore impedirebbe. Diffondere il male con la parola è equiparabile all’assassinio, la morte spirituale è sempre peggiore del male fisico.
A questo proposito potete leggere Le leggi della Maldicenza Chafetz Chaim  di Rabbi Israel Meir Hakcohen Kagan che trovate a questo indirizzo.
Non è questa la sede per approfondire da un punto di vista storico la questione del sangue e degli omicidi rituali. Vi dico semplicemente che l’accusa mossa per tanti secoli agli Ebrei e che ha cagionato migliaia di morti, nei primi secoli del cristianesimo era mossa ai cristiani stessi dai pagani, dagli idolatri.
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Qedoshim è una summa di quelle leggi che riguardano ogni sfera dell’umanità e che benché enunciate altrove vengono ribadite, poiché è proprio attraverso la loro osservanza che Israele potrebbe ritrovare la Qedushà perduta, la Santità che il Signore ci comanda.
“ Vi ho distinti dagli altri popoli affinché apparteniate a me”. In effetti la radice della parola Qedushà rimanda al concetto di distinzione, di separazione, di diversità. Solo al popolo di Israele il Signore impone la Qedushà.
“Sarete per me un reame di Sacerdoti”: quelli che porteranno sulle spalle l’eredità del disastro umano, ma anche la responsabilità della salvezza universale.
Il nostro appartenere al popolo eletto non deve farci dimenticare il concetto che ogni uomo porta in sé tutta l’umanità poiché tutta l’umanità è fatta a immagine e somiglianza di D-o.
Scrive Erich Fromm: È importante notare che l’atteggiamento nazionalistico, sebbene costituisca un elemento della tradizione biblica ed ebraica successiva, è controbilanciato dal principio opposto: l’universalismo. Il concetto dell’unità del genere umano ha la sua prima espressione nella creazione dell’uomo. Un uomo e una donna furono creati per essere gli antenati di tutta la razza umana – più in particolare dei grandi gruppi in cui la Torah divide il genere umano: i discendenti di Sem, Cam, Iafet.
La seconda espressione dell’universalità della razza umana si trova nel patto di D-o con Noach, antecedente a quello di D-o con Avraham...”
Scrive Lattes che la “costituzione della Santità è mista di elementi etici, nazionali, sociali, rituali, igienici... tutti quanti importanti per la retta condotta, per la disciplina spirituale, per la salute fisica e morale, per il benessere privato e generale della nazione”.
Comunque ritengo opportuno ricordare che nulla di per sé è sacro tranne il Santo Benedetto. Il resto è suscettibile di trasformazione, di santificazione, di attribuzione di una condizione in un passaggio da uno stato ad un altro attraverso il nostro agire, il nostro fare. Noi stessi, con le nostre azioni giuste, così come comandato dalla Torah, siamo portatori di Qedushà, di elevazione. Questo percorso della nostra vita ha il fine della consacrazione, opera che inizia dentro ognuno di noi, ma trova compimento quando tutta Israele raggiungerà questa condizione.
Per questo ogni tanto D-o ci chiede: “Dove sei?”.
A volte ci rendiamo conto di dover ricominciare daccapo la salita al monte; comprendiamo di esserci allontanati dalla via che Lui ci ha indicato con l’osservanza della sua legge.
Martin Buber scrive: “Quello che un uomo fa nella Santità qui ed ora non è meno importante né meno autentico della vita del mondo futuro.
Rabbi Hanoch di Alexander disse “Anche le genti della terra credono all’esistenza di due mondi. La differenza sta in questo: loro pensano che i due mondi siano distinti e separati l’uno dall’altro, Israele invece professa che i due mondi sono in verità uno solo e devono diventare uno solo in tutta la realtà”.
Vi lascio con un consiglio di lettura; un piccolo libro ma prezioso e sorprendente:
Martin Buber – Il cammino dell’uomo

Shabbat shalom
Israel Eliahu

domenica 14 aprile 2013

5 IYAR / 14-15 APRILE YOM HAZIKARON. 6 IYAR / 15-16 APRILE YOM HAATZMAUT



Il 5 Iyar ricordiamo i caduti per la difesa d'Israele, il 6 festeggiamo l'indipendenza dello Stato d'Israele.




Il testo della Carta fondamentale dello Stato d'Israele

mercoledì 10 aprile 2013

SHABATH 3 IYAR 5773 / 12-13 APRILE 2013

Elena Flerova
ORARI DI SIRACUSA
Accensione  ore  19.12
Havdalah            20.12
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PARASHOTH TAZRIAʽ- METZORAʽ: Vayqrà 12 - 13; 14 - 15
HAFTAROTH: Melakhim II, 4, 42 - 5, 19; 7

Shalom.
Questa settimana è prevista la lettura di due parashot: Tazrìa῾ e Metzorà῾. Entrambe contengono prescrizioni per la purità e la qedushah.   Si tratta della impurità della donna dopo il parto, della lebbra e dei suoi riti di purificazione e della lebbra della casa. Il termine zara῾at, che si traduce impropriamente lebbra, ha evidentemente una estensione semantica vasta e si può riferire a malattie della pelle e comunque contagiose. Quello che ci preme approfondire è propriamente il concetto di purità; non ci troviamo di fronte a prescrizioni solo di carattere igienico e sanitario, anche se questa valenza è comunque evidente. Né è sufficiente considerare queste malattie e queste condizioni come metafore di stati di impurità  spirituale come hanno fatto alcuni commentatori. In particolare un testo di Rav Riccardo Pacifici, in Discorsi sulla Torah, il quale scrive: “Anzi qui non si tratta  come a prima vista potrebbe sembrare, di infezioni fisiche o di malattie del corpo. Queste non sono probabilmente altro che i simboli di malattie morali e in ogni caso la genesi, lo sviluppo, la guarigione della malattia fisica è considerata in stretto rapporto con la vita spirituale”. Il fatto che l’intermediario per la guarigione fosse un sacerdote, secondo Rav Pacifici conferma questa considerazione per la quale siamo in un ambiente semanticamente denso e osmotico, tessuto fra malattia del corpo e malattia dello spirito. Scrive ancora Rav Pacifici: “Una riprova evidente di questa tendenza si ha in un detto talmudico ove si dice che molte di queste piaghe provengono da colpe di carattere sociale, prima fra queste la maldicenza, lashon ha ra῾, e che una delle sanzioni più frequenti a questa grave colpa sociale sia appunto la lebbra”.
Ricordiamo questo enunciato: “Vi sforzerete di essere Santi e sarete Santi poiché Io sono il Signore vostro D-o. Osserverete i miei decreti e li metterete in pratica. Io sono il Signore che vi Santifica (Vayqrà 20, 7-8). Secondo alcuni col termine decreti si intendono le leggi non comprensibili in termini strettamente razionali.
Cominciamo subito col dire che il concetto di purità, Tahorà, e quello di impurità, Tumà, nell’ebraismo non corrispondono a quello di buono e di cattivo, ma fanno riferimento ad una condizione di sacralità che consente di accedere al Santuario.
Tutte le regole e i precetti di riferimento li troviamo nell’ordine Tahorot della Mishnà e quindi nella decima parte del Mishneh Torah di Maimonide. In quel compendio dell’opera maimonidea che è “La guida dei perplessi” (ne trovate un’agevole edizione economica Utet) Maimonide parte dall’assunto di natura psicologica che la frequentazione ordinaria del Santuario ne svilirebbe il grande senso religioso e che non è raccomandabile entrarvi in ogni momento. Secondo Maimonide, D-o vietò agli impuri di entrare nel Santuario “… benché ci siano molte specie di impurità al punto che tu quasi non trovi una persona pura”, dimostrando la quasi impossibilità di non incorrere in un atto di impurità durante la giornata, e conclude dicendo: “... ebbene tutto questo è un motivo per star lontano dal Santuario e non andarci in ogni momento … nessun uomo può entrare nel cortile del Tempio per il culto, foss’anche puro, finché non ha fatto le abluzioni”. Queste abluzioni rituali erano prescritte anche al Cohen haGadol e risulta evidente come non si trattasse di prescrizione igieniche ma di una prassi che consentiva un cambiamento di stato, una separazione fra due condizioni spirituali diverse. Prosegue Maimonide con questi enunciati: “I risultati di queste prescrizioni 1) Tenere lontano dalle contaminazioni, 2) Proteggere il Santuario, 3) Mantenere ciò che è diffuso ed usuale, 4) Alleggerire queste difficoltà, così che l’uomo non sia impedito dalla questione della purità e impurità a svolgere le sue occupazioni giacché questa questione della purità e impurità non riguarda altro che il Santo e le cose sante”. 
Da questo risulta evidente come le prescrizioni che riguardano la puerpera e la donna mestruata non sono certo quarantene di natura sanitaria e tanto meno sociale. Lo stesso Maimonide ribadisce come la lebbra sia, già confermato dai Sapienti, una punizione per il turpiloquio. E ancora afferma di non saper spiegare alcune prassi cultuali e rituali che presiedono agli atti di purificazione come la vexata quaestio della vacca rossa o del rituale di purificazione con rami di issopo, legno di cedro e sangue già esaminati in un precedente approfondimento.
Cito dal volumetto La purità nella famiglia ebraica, a cura di  Adina Cohen e Simy Elmaleh: “A differenza di alcune altre religioni l’Ebraismo non condanna la vita del corpo alla vergogna o alla repressione, ma al contrario la nostra Torah vuole elevare e dare forma nobile a tutto ciò che potrebbe avere un aspetto animale nella vita e portarlo così ad un livello spirituale più vicino al divino. Per questo, ad esempio, l’alimentazione che è sottoposta alle leggi della kasheruth, è preceduta  e seguita da benedizioni, affinché l’uomo ritrovi D-o nei più piccoli atti della sua vita. Allo stesso modo il matrimonio, i rapporti fra i coniugi, sono sottoposti a leggi il cui scopo evidente è quello di elevare ad un livello più spirituale tutto ciò che potrebbe, al contrario, mettere in evidenza la somiglianza fra l’uomo e l’animale”.
Va da sé che molte delle regole di purità che scandivano la vita quotidiana ai tempi del Bet Hamikdash oggi non siamo più tenuti ad osservarle, ma molte di queste sono da mantenere ogni volta che ci si avvicina al culto o si entra in Sinagoga. Pensate alla Tevilà che la donna deve compiere dopo sette giorni dalla cessazione del ciclo. Non c’è nessuna pratica igienica che la può sostituire perché è un atto di consacrazione, una legge divina.
Quindi questo concetto di purificazione non attiene alla sfera igienico salutista né a quella morale, il periodo che segue la niddah non ha certo il valore di un esilio per una colpa né quello successivo al parto, dato che è l'esplicitazione di uno dei principi dell’Ebraismo.
Si fa riferimento al raggiungimento di un valore metafisico, di recupero di una corruzione dello stato di Qedushà.
Secondo un concetto mutuato da studi antropologici, in molte culture, è impuro non solo ciò che lo è per sé stesso ma ciò che è anche veicolo di contaminazione. Il soggetto terzo può essere alterato e diventare esso stesso impuro. Se questo risulta meno comprensibile se ci riferiamo la niddah, troviamo però nel Sefer ha zohar libro III: “Quando un uomo tocca una donna mestruata il suo peccato risveglia il serpente superno e arreca impurità in un luogo dove non si dovrebbe”.  
Difficile ricondurre la stratificazione simbolica e allegorica sul mestruo a razionali letture, quando ad esempio Yosef Caro (1488-1575) nel Sefer  toledot Yishaq  paragona l’impurità di Israele a quella della mestruata… e non a quella arrecata da un cadavere. “Mentre infatti un Sacerdote non può entrare nella casa in cui vi sia un cadavere, gli è lecito entrare ove si trovi una donna durante il ciclo e dimorare con lei. Allo stesso modo il Santo Benedetto fa aleggiare la propria Shekinah sugli Ebrei sebbene essi siano impuri”.
Forse è più semplice comprendere il senso di questa impurità da condivisione o “contagio” se ci riferiamo ad altri culti idolatri frequenti fra i fenici che celebravano con sangue il culto alle divinità.
Tuttavia non possiamo non comprender come in caso di malattie della pelle od altre che indichiamo sotto il nome generico di lebbra, il problema del contagio fosse un rischio concreto.
Per questo altri commentatori indulgono anche ad accettare determinate consuetudini come prevenzione di contagi per malattie epidemiche. Isacco Segre nel 1897 in “L’igiene nella Bibbia e nei libri rabbinici” edito in anastatica da Carucci nel 1980, legge le prescrizioni del Levitico anche come regole di profilassi sanitaria. In una silloge alla fine del primo paragrafo della parte terza Segre scrive: “Le misure profilattiche prescritte dal Sommo Legislatore per le malattie come lebbra e gonorrea ed altre ritenute contagiose e diffusibili si riassumono nelle seguenti:
a) Visita accurata e diligente da parte dei sacerdoti, degli individui sospetti di malattie diffusibili
b) Loro isolamento in località appartata per la durata di alcuni giorni
c) Abluzioni frequenti e ripetute delle loro persone in acqua viva, nella quale talora s’aggiungeva della cenere, che per la soda di cui è costituita, giovava ad una maggior nettezza della persona.
In questa sede non posso riassumere il volumetto. Ma non si può fare a meno di compiacersi che il buon senso dei nostri Padri trova conferma nelle più elementari e moderne argomentazioni salutiste e ricordate: “I sospiri distruggono la vita dell’uomo; la vita dei melanconici, degli iracondi, dei mesti non si chiama vita!”
Shabbat shalom
Israel Eliahu

martedì 9 aprile 2013

UNA PAGINA DI STORIA DELL'ANTISEMITISMO 5 ottobre 1889: Civiltà Cattolica recensisce “La piaga ebrea” di Giovanni De Stampa


… Pertanto l’Autore mette avanti cinque punti, da cercare che entrino nello spirito dell’Europa cristianamente civile, e passino quindi nella pratica giuridica delle sue nazioni:
I.    «Sia abolita l’emancipazione degli ebrei, fintanto che essi non vogliano farsi simili a noi, e rigettare i loro crudeli principii. Un popolo, che chiama buona cosa l’uccidere e il rubare a danno dei cristiani, non può aver comunanza di diritti con essi, che, considerati come bestie, sentono il bisogno di reagire. Gli ebrei vogliono farci credere che non osservano più i principii del Talmud: ma questo non è altro che gettar polvere ne’ nostri occhi, perché gli ebrei di ogni tempo e di ogni paese osservano con la più grande scrupolosità le massime della loro religione. Così anche quegli ebrei, che sembrano nei costumi simili a noi e mangiano carne di maiale, non frequentano la sinagoga ecc non sono in cuore meno ebrei degli altri: poché è noto come la loro religione permette tutto, anche i peccati, quando tendono a buon fine. Infatti il Talmud dice: Il figlio di kappara (un rabbino) insegnava che il primo principio della nostra religione è questo: il fine giustifica i mezzi: quindi si possono fare anche i peccati, purché si abbia scopo buono. Il catechismo ebreo insegna: Un ebreo può far un giuramento falso nel tribunale dei cristiani, per salvare un altro correligionario. Il medesimo catechismo insegna ancora: un ebreo può fingersi cristiano, per poter far meglio il contrabbando. Dunque genti di simil fatta non possono godere gli stessi diritti e privilegi, che godiamo noi.
II.    Sia limitata l’influenza degli ebrei sul giornalismo; perché un popolo, che cerca di fondare la sua fortuna sulle nostre rovine, non può mai darci buoni consigli; perché un popolo, che non è fermo nelle sue idee, ma cambia idee come una banderuola all’aria, sempre secondo il vantaggio della sua saccoccia, non può mai rappresentare l’opinione pubblica; perché un popolo immorale, co’ suoi scritti, non può mai educare le menti dei nostri giovani al bene.
III.    Siano allontanati gli ebrei dagli studii accademici, perché la scienza, supremo bene, che deve servire esclusivamente per accrescere sempre più la civiltà e la fortuna delle nazioni, non si può affidare a a gente, che si serve tanto della scienza quanto dell’usura per accumular ricchezze.
IV.    Sia fatta vigilanza severa da parte dei Governi sopra il commercio e l’operare degli ebrei, perché un popolo, che non ritiene per cattiva e indegna nessuna azione che gli procacci denaro, non deve mai muoversi senza essere rigorosamente vigilato, come ogni malfattore sospetto.
V.    Sia proibito agli ebrei di prendere in servizio giovani cristiani e specialmente di sesso femminile, perché la pratica ci ha mostrato la sorte di quelle, che stanno al servizio di questa razza.»
Qualunque sia l’efficacia di questi punti di desiderabile legislazione difensiva dei cristiani, contro le insidie della peste ebrea, ben è certo che non usciranno dall’ideale sfera di voti, per sino a tanto che duri la prevalenza che il giudaismo esercita ora negli Stati d’Europa, coll’istrumento suo validissimo, che è la massoneria pubblica e secreta. Ma verrà tempo nel quale questa prepotenza, fondata nella menzogna e negl’inganni, dovrà cadere. Il giudaismo, implacabile divoratore del pane e diabolico nemico della fede dei cristiani, non potrà andare molto innanzi ancora, nell’opera sua di diffamarli e di scristianizzarli. Imbestialiti che sieno da questo lavorio infernale, si leveranno contro i loro corruttori e dissanguatori; e nello scoppio di una rivoluzione socialista, che il giudaismo, accecato dalla cupidigia e dall’odio, viene preparando, i primi a pagarne il fio saranno appunto i giudei, che fanno sì scandalosa pompa dei milioni scroccati ai cristiani. Perciò ben conchiude il De Stampa, che l’esecuzione dei punti da lui proposti deve star a cuore più forse degli ebrei che dei cristiani; perché non v’ha dubbio che se s’impedirà che pacificamente si effettui, «un uragano spazzerà da tutta l’Europa queste locuste devastatrici.» E già il primo romore della tempesta si comincia a sentire nell’Austria, nella Germania , nella Francia. In Italia non per anco si avverte, come converrebbe, il male della peste ebrea. Onde bisognerebbe che, non con mire persecutrici e indegne dello spirito cristiano, ma con sapiente Concordia e previdenza il giornalismo cattolico illuminasse costantemente gl’italiani, e concorresse a mostrare sempre più necessaria la difesa del patrimonio e della fede patria, contro gli assalti e le astuzie del più spietato persecutore della nostra nazionalità cristiana, che è il giudaismo, servito vigliaccamente dalla massoneria. Questo è il concetto che bisogna rendere popolare in tutti i modi: che cioè il nemico dell’Italia è quello, e non altri, che tali proclama sfacciatamente il Papa, la Chiesa, i cattolici e gli onesti uomini; e non contento di rubare all’Italia vera e nazionale il pane, la fede e l’onore, le ruba per giunta il nome ancora.

giovedì 4 aprile 2013

SHABATH 26 5773 / 5 -6 2013

Albert Benaroya: Shabath

ORARI DI SIRACUSA
Accensione  ore  19.06
Havdalah             20.06
Per le altre località vedi  http://www.myzmanim.com/search.aspx 

PARASHAH SHEMINI: Vayqra 9-11
HAFTARAH SHEMINI: Shmuel II, 6,1 - 7,17


Shalom a tutti.

Riprende il ciclo ordinario delle Parashot dopo Pesach. In Sheminì il Signore detta le prime importanti regole della Kasherut, le regole dell'alimentazione ebraica, regole di purità, di santificazione, ma anche regole che rispettano un regime alimentare di sanità. Difficile separare questi aspetti, quello religioso e quello, per così dire, che risponde a categorie e tassonomie scientifiche. Per questi argomenti rimandiamo ad altre analisi o al volume di Di Segni: Regole alimentari ebraiche. Lamed Editrice
Oggi invece vorrei affrontare un argomento che si propone con forza in questa lettura della Torah. È un argomento difficile che coinvolge le sfere della religione, dell’etica, della mistica, della filosofia. Intendo la morte dei due figli di Aharon, colpevoli di non aver rispettato le leggi sui sacrifici che il Signore aveva dato. Di aver utilizzato un fuoco estraneo e non aver aspettato che il fuoco sacro ardesse l’olocausto. Perché colpire così negli affetti più cari una figura come quella di Aharon? Perché indurre dolore? Rav Dante Lattes avvicina la colpa a quella dello stesso Moshè di non aver rispettato le parole di D-o, di non aver avuto fiducia in lui e di aver percosso col bastone la pietra; colpa questa che, secondo l’ermeneutica biblica tradizionale, comporterà la sua morte prima di entrare nella terra che stilla latte e miele. Certo che questa analisi porta inevitabilmente a scenari diversi e molto complessi relativi alla questione del dolore di Giobbe e ad Auschwitz, al silenzio di D-o. Si potrebbe risolvere il lacerante perché dicendo hanistarot lAdonai Elohenu, le cose misteriose appartengono al Signore e non è dato a noi averne partecipata comprensione, sfuggono ad elementi di analisi razionale. Potremmo anche spiegare che le logiche umane non collimano con quelle divine e che le leggi che il Signore ci ha dato valgono per l’ambito umano e non certo per quello divino. La visione che ha l’uomo della storia nei suoi particolarismi affettivi e di coinvolgimento personale poco hanno a che fare con le dinamiche cosmiche e divine. Ma questo potrebbe arenarsi contro la teodicea: perché allora D-o entrerebbe nel corso degli eventi umani dettandoci regole, leggi, comportamenti, perché ci ha guidati fuori dall’Egitto?
È davvero il silenzio la forma metafisica del cosmo? È davvero dietro le parole di Moshè che Eleazar di Worms sconfessa la parola dell’uomo davanti a un D-o che è silenzio? Dovremmo dire davanti alla morte dei due figli di Aharon che c’è un tempo per parlare e un tempo per tacere. Qui si ferma dunque la nostra capacità di intelligere? È questo infatti che raccomanda Moshè ad Aharon. Davanti a questo fuoco che divora i tuoi figli dobbiamo tacere. Abbiamo visto poco tempo fa come il fuoco sia una teofania; ora pare essere esso stesso la voce di D-o. Non vi sembri blasfemo, per molti commentatori anche lo shofar nel giorno di Kippur rappresenta per gli Ebrei la voce archetipale di D-o. Potremmo dire che questa incapacità di comprensione, questa assenza della parola di D-o è la tensione dialettica del silenzio fra la voce umana e quella divina. Che altro rimane a Giobbe se non la silenziosa attesa? Cito da Andrè Neher, L’esilio della parola, Edizioni Medusa:
C’è uno stretto legame fra silenzio e forme negative della creazione. La radice della parola damah è il silenzio del sonno della notte della morte … È il caso del silenzio di Aronne quando la morte istantanea e paradossale dei suoi due figli maggiori lo sorprende in uno stato di impreparazione totale. Possiamo scorgervi, certo, una sfumatura religiosa di sottomissione alla volontà divina, ma è molto più probabile che con questa breve frase coniata come una roccia scoscesa, il linguaggio biblico abbia voluto rendere il momento psicologico della pietrificazione. Come il patriarca Giacobbe, Aronne ha avuto un momentaneo arresto cardiaco, una sospensione di ogni reazione intellettuale o morale, un’identificazione del suo essere umano con la sua condizione fisiologica. Aronne in quel momento non era più che una statua di pietra. Quel che risulterebbe notevole, se accettiamo questa esegesi, è che la pietrificazione di Aronne sia dovuta non all’incidente mortale ma alla spiegazione teologica che Mosè aveva tentato di dargli: “È da chi mi si avvicina che io sarò santificato”. Come Giacobbe, Aronne sarebbe meno sconvolto nelle sue reazioni umane dal mistero della morte che dalle interpretazioni che ci si sforza di darne. E noi toccheremmo con mano una attitudine biblica che l’esempio di Giobbe illustra in maniera notevole, ovvero quella per cui il silenzio di D-o nell’evento è meno penoso del suo silenzio nell’esegesi, e che l’uomo può accettare che D-o taccia ma non che lasci parlare altri uomini in sua vece...
Qualunque sia il dramma intimo di Aronne è innegabile che il testo biblico si serva della radice damah per stabilire una stretta connessione tra la nozione di silenzio e quella di morte.
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Rav Elia Kopciowski, pur riconoscendo la gravità di una deviazione, di una iniziativa personale rispetto a quelle che erano state le prescrizioni divine, ammette che la Torah non spiega nello specifico qual è la profonda gravità della inosservanza. Si lascia intuire come, nonostante avessero trascorso 7 giorni nella Tenda della Radunanza, alla presenza di Dio in preparazione del culto, i due figli di Aharon si erano lasciati andare ad un arbitrario utilizzo del fuoco, la cui valenza sacrale ormai conosciamo. Il rischio poteva essere propriamente quello di trasmettere il senso della possibile non obbedienza al popolo adunato, con conseguente rischio di un ritorno ad un culto idolatrico. Se proprio loro, Sacerdoti, avessero deviato dal cammino indicato che avrebbe fatto il popolo? Tuttavia Kopciowski azzarda un’ipotesi partendo da una disamina lessicale. Il testo dice: “E un fuoco uscì dalla presenza del Signore e li divorò: ed essi morirono davanti al Signore”. Perché non si limita a dire Ed essi morirono? Scrive il commentatore: ‟La morte dei figli di Aronne fu una vera morte materiale, fisica o piuttosto una morte spirituale di autorevoli personalità che avevano perso il diritto di comparire davanti all’eterno? ... Ma, ci domandiamo, la perdita di un ruolo di eccezionale importanza quale quello del sacerdozio e la perdita della fiducia del Signore che questo ruolo aveva loro affidato ed ora li rifiuta allontanandoli dalla propria presenza, non può essere paragonata ad una morte morale di tale eccezionale gravità da essere ancora più grave di una morte fisica e tale da giustificare un atto di lutto da parte dei familiari? È naturalmente un’ipotesi azzardata, che vuole tuttavia stimolarci a dedurre, dalla severissima punizione che colpì Nadav e Avihù, un ulterione insegnamento morale”.
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In Shemot 33, 19 il Signore dice a Moshè: “Farò grazia a chi vorrò far grazia e avrò misericordia di chi vorrò aver misericordia”. Il Talmud commenta questo passo dicendo che il volere divino è imperscrutabile, che la volontà divina è indicibile e che non si può affrontare il problema della teodicea in termini di esegesi umanamente razionale. Possiamo riconoscere gli attributi divini come giustizia, bontà, onnipotenza ma non ci è dato conoscere ontologicamente la realtà divina e dunque il senso del suo agire nella storia.
Il trattato delle Benedizioni del Talmud mette in risalto la consequenzialità delle pene e della sofferenza ai comportamenti sbagliati, al peccato. In Geremia 3, 21 si invita a scandagliare le proprie vie, a fare teshuvà. Se non si trova una relazione fra questa analisi e la sofferenza allora si deve far dipendere la sofferenza dalla non osservanza della Torah, che è una duplice guida dei comportamenti verso D-o e di quelli verso gli uomini. È evidente che dobbiamo sottendere due sfere diverse dell’etica ebraica. La Torah ci guida a tradurre in atto i comportamenti giusti, in caso contrario dobbiamo attenderci la punizione, la sofferenza.Shemot 15, 26: Se ascolti attentamente la voce dell’eterno, che è il tuo D-o, e fai ciò che è giusto agli occhi suoi e porgi orecchio ai suoi comandamenti e osservi tutte le sue leggi Io non ti manderò addosso alcuna delle malattie che ho mandato addosso agli Egiziani perché io sono l’Eterno che ti guarisco.
Così recita il Salmo 39, 3: Io divenni silente, mancante di bene il mio dolore divenne avvilente. E nella terza lamentazione di Geremia troviamo la dolorosa anatomia di chi ha abbandonato la strada della Torah, ma che in fondo ritrova la speranza nella teshuvà. Possiamo mai dire quale sia il senso di quel mortaio in cui D-o pesta e trita? Conosciamo forse il destino ultimo degli uomini, o di Nadav e Avihù, i figli di Aharon? Saadia scrisse che il Signore infligge punizioni su questa terra per le poche azioni non giuste di chi è fondamentalmente giusto con il fine di premiarlo nel mondo a venire. Il Signore, come nel caso di Giobbe non dà ragione delle pene che Giobbe sta subendo e in questo modo, scrive Saadia, la sua fede non viene banalizzata nella prova. In fin dei conti anche il sacrificio di Ytzchaq può essere letto come una prova di ubbidienza ma anche di sofferenza di un padre davanti al più orribile dei crimini.
Deve essere chiaro tuttavia che mai si deve essere tentati dal senso della predestinazione. L’uomo anche nel peccato agisce per libero arbitrio, per libertà di scelta ma, secondo Maimonide, un atto di volontà di D-o potrebbe cambiare la condizione del singolo individuo senza che noi ne possiamo comprendere il senso; Isaia: I miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie.
Se non possiamo comprendere questa via come possiamo giudicare quella che ai nostri occhi sembra una punizione eccessiva, come nel caso dei figli di Aharon: sappiamo forse quel che il Signore ha in serbo per loro?In Re I, 13-14 leggiamo che la disubbidienza alla parola divina genera una condanna senza appello ma noi non siamo in grado di comprendere il perché; tuttavia dobbiamo credere nella Sua giustizia. Potrebbe essere stata la loro morte un bene in quanto veicolo di salvezza per tutti gli uomini, così come la morte dolorosa degli Egiziani, figli anch’essi di D-o, lo fu per Israele? Possiamo credere che i nostri pensieri possano, davanti alla maestà di D-o, comprendere il senso dell’esistere in questo universo che nemmeno riusciamo a circoscrivere, davanti a quella dimensione che nemmeno riusciamo a immaginare o a definire? La Torah ci ha dato gli strumenti per vivere nella giustizia davanti ai nostri fratelli, agli altri uomini, al mondo che ci ospita, al corpo che ci contiene e che ci è stato affidato, non altro per comprendere il senso ultimo della creazione.

Shabbat shalom
Israel Eliahu

mercoledì 3 aprile 2013

i GIUDEI di San Fratello (ME)


- Guarda, un Giudeo! - 
La giovane mamma indica dalla mia parte. Che posso dire… barba chassidica, peyot, cappello, vestito nero, tzizziot che escono dalla giacca... beh, magari non puntasse il dito, così, sa, per discrezione. Poi mi accorgo che il bimbo mi trafigge con lo sguardo, va oltre ma... come?! Non sono io il giudeo! Dietro di me si staglia, per sortilegio, una figura inquietante di giallo e di rosso vestita, con elmo e pennacchio, spalline da corazziere, una coda equina che fuoriesce da questa bizzarra uniforme, una cornetta d’ottone a tracolla e incappucciata la testa in un sacco rosso con baffi dipinti e una correggia di cuoio borchiata a mo' di lingua.
(Scrive Toaff che la berretta rossa era il segno distintivo imposto dai Cristiani agli Ebrei, il perpetuo e meritato segno di Caino, dalla “canina e velenosa invidia”, con cui la provvidenza divina aveva inteso distinguere il popolo deicida, il segno posto dal Signore per distinguerli dai nostri antenati).
È lui il giudeo, non io. Questo sberleffo colorato, cui anche i cani ringhiano contro, è un giudeo.
Siamo a San Fratello, un paese che guarda dall’alto uno dei panorami più struggenti che la Sicilia possa offrire. Un luogo benedetto dove si parla ancora una lingua arcaica.
Qui da tempo immemorabile si tiene ogni anno la festa dei Giudei.
Cosa festeggiano questi giudei? La morte di Cristo, naturalmente; trascinato al Calvario tra i lazzi e il giubilo dei Giudei.
È Giovedì, oggi si terrà una rappresentazione dell’ultima cena ma già da ieri l’orda dei Giudei si aggira per il corso e i vicoli del paese con strepito di buccine e clangore di catene. Nessuno mi identifica per quello che sono, un Ebreo: un ragazzotto mascherato mi tira la barba, un altro mi indica un barbiere, con fare bonario. Questi “Giudei”, così pittoreschi, sono chiassosi ma innocui. 
Almeno sembra!
Il coro stonato delle cornette ha una radice antica. Il rumore ha una valenza apotropaica, serve a cacciare gli spiriti maligni, a cacciare i demoni che si annidano nelle tenebre dentro e fuori di noi. Serve ad allontanare le nubi dai campi, la tempesta dai raccolti. Qui ha la funzione di disturbare i riti della settimana santa, con il fragore che, secondo loro, evidentemente noi Ebrei siamo usi fare durante la celebrazione dei riti cristiani.
Una costumanza attestata anche da una sagace impiegata dell’ente del turismo di una cittadina qui presso che, ad una indignata signora ebrea, spiegava che Pesach è il giorno in cui gli Ebrei festeggiano la morte di Cristo.
In tutta Italia sono comuni le rituali costumanze che in questa settimana usano “battere i Giudei”, gli assassini di Cristo. In Sicilia i ragazzi si armavano di verghe a sette nodi e si aggiravano a battere le porte e le finestre, in Romagna i fedeli battevano con fragore gli arredi della Chiesa con bastoni. Qui a San Fratello oggi si limitano a strombazzare alzando il cappuccio e la falda di corame che impaccia il musicante, ma ben rende la lingua che gli Ebrei usano battere sui denti per deridere l’afflizione altrui.
Anche qui, vedo un ragazzino che si serve di una tavola di legno battente per annunciare la curiosa processione degli apostoli che si accingono al desco.

Si pensa che lo strepito durante la settimana santa e durante l’ufficio delle tenebre sia l’imitazione del crucifige, o dei Giudei che battono Cristo oppure lo strepito della soldatesca romana e dei giudei armati di bastoni. Qui la maschera grottesca del Giudeo sanfratellano sembra sommare nel vestimento entrambi i figuri del Golgota.

Non vi tedio oltre su queste antropologiche divagazioni, in fondo su internet potete trovare, anche sul sito di San Fratello, tutte le notizie che vorrete.

Un anonimo commentatore Sanfratellano scrive: “Lasciamo che ognuno tragga le considerazioni che ritiene più opportune...

Speriamo che questa festa duri nel tempo… per toccare il profondo dell’animo di chi, per sentimento e convinzione vive questa tradizione tanto coinvolgente riportando alla memoria quelle autentiche pagine del vangelo dove si narra delle sofferenze di Cristo condotto al Calvario fra gli scherni e il giubilo dei Giudei”.
Che si può dire di questa bimillenaria “cultura” cristiana che ci condanna ad essere lo zimbello di tutti i popoli, gli erranti deicidi, se anche nelle rappresentazioni popolari Centurione e Longino diventano Ebrei?! Lasciamo che sopravvivano queste fosche pantomime come sopravvive il culto di San Simonino? In fin dei conti il bambino non mi ha riconosciuto, lui pensa che i Giudei siano così, insaccati in questa sorta di san benito militare giallo e rosso, damascato di ori, ricamato di perline e di croci, col naso adunco e giallo, la lingua pendula, la coda equina e che suonano il corno durante le processioni. Se mai si renderà conto dell’altra verità, allora sarà troppo tardi.
Israel Eliahu