giovedì 27 marzo 2014

SHABBATH 27 ADAR S. 5774 / 28-29 MARZO 2014 - TAZRÌAʽ - SHABBATH HACHODESH - Si annuncia Rosh Chodesh

Elena Flerova: Benedizione della luna


ORARI DI SIRACUSA
ore 17.59 - 18.58
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PARASHAH TAZRÌAʽ: Vayqrà 12 - 13 
HAFTARAH SHABBATH HACHODESH: Yechezqiel 45:16 - 46:18


 Shabbat haChodesh
 
Questo è Shabbat haChodesh. È il sabato che precedede Rosh Chodesh del mese di Nissan. La Torah ci dice che Nissan è il primo mese dell’anno (Shemoth 12:2): “Questo mese è per voi il capo dei mesi; sarà cioè per voi il primo dei mesi dell’anno”. Questo è il mese della redenzione, della libertà dalla schiavitù.
È un precetto fondamentale perché è il primo che viene dato al popolo d’Israele. Dei dieci precedenti otto erano stati dati noachicamente all’umanità, due a singoli ebrei, quello della milah ad Avraham e quello del nervo sciatico gid hanasheh a Jaʽakov.
In Shemoth 13:4 ci viene detto: “È propriamente oggi che uscite nel mese di Aviv”. Da qui impariamo che il termine Nissan, che significava “primi frutti”, viene attribuito a questo mese solo durante l’esilio babilonese.
Anche questo Shabbath si legge un maftir dal secondo Sefer: Parashah Bo, Shemoth 12:1-20. Si racconta delle prescrizioni che il Signore diede prima che l’Angelo portasse la morte ai primogeniti d’Egitto e dell’istituzione della festa di Pesach.
Su questo passo avviene la santificazione del tempo ebraico nel precetto della memoria e la istituzione dell’organizzazione dell’anno. Da quel momento in poi comincia la conquista della libertà, il popolo si appropria della dimensione che lo accompagnerà per migliaia di anni. L’organizzazione del tempo. Il proprio calendario. Da una luna all’altra. La radice della parola chodesh – mese  deriva da chadash cioè nuovo.
Il grande argenteo luminare che comincia a crescere nel cielo, col proprio ciclo segnerà la scansione del tempo ebraico per sempre.
Scrive  Shelomoh Ibn Gabirol ne La corona del regno:

Chi declamerà la tua grandezza?
Tu circondasti
la sfera del fuoco con la sfera del firmamento in cui è la luna
e per lo splendore del sole essa pulsa e rifulge.
Ed in ventinove giorni compie la sua orbita
e risale lungo il suo confine.
Dei suoi segreti alcuni sono semplici ed altri profondi;
ed il suo corpo è inferiore alla terra come una parte su trentanove parti.
Ed essa suscita di mese in mese le novità del mondo e i suoi eventi
i suoi beni ed i suoi mali
Secondo la volontà del suo creatore
di far conoscere ai figli dell’uomo i suoi prodigi.

Un insegnamento di Rav Schneerson dice:
“Gli Ebrei impostano i ritmo della propria vita individuale e collettiva sull’essenza del tempo lunare: l’oblio come presagio di rinnovamento, le tenebre come impulso per la ricerca di una nuova luce”.
Ed è il 15 di questo mese il giorno dell’esodo.
Il giorno di Rosh Chodesh di Nissan ognuno di noi si faccia portatore della nuova falce davanti al Sinedrio, testimone che il Signore ci ha scelti come coloro che possono vedere. Che il nuovo anno cominci nella memoria di un popolo che il Signore affranca dal buio della storia e che si fa messaggero della luce della libertà, della rinascita spirituale.
La haftarah di Shabbath haChodesh è Yechezkel 45:16 (18 per alcuni) - 46:18
Anche in questa lettura si danno le regole per Pesach e le istruzioni per i sacrifici del primo giorno del primo mese nel tempio, secondo alcuni nel terzo tempio.
“Al quattordici del primo mese sarà per voi Pesach, e poi festa per un’intera settimana, e si mangeranno azzime. In quel giorno  il principe offrirà per sé e per tutta la popolazione del paese un toro per chattath”.

Shabbath shalom
Israel Eliahu

martedì 25 marzo 2014

LE RISPOSTE DI RADIO ERIVAN


Domanda a Radio Erivan
È vero che l'Unione Sovietica fornisce in continuazione materiale bellico e segreto a Israele?
Risposta di Radio Erivan
In teoria sì. Però la fornitura avviene tramite l'Egitto

Domanda a Radio Erivan
Perché Dayan ha un occhio solo?
Risposta di Radio Erivan
Figurarsi se ne avesse due!!

Domanda a Radio Erivan
È vero che Mao Tse Tung è ebreo?
Radio Erivan non risponde al quesito. Dopo due mesi l'ascoltatore chiede il perché di questo silenzio.
Risposta di Radio Erivan
Si tratta di una questione fondamentale. Perciò abbiamo istituito una commissione che appurerà la cosa.
Dopo altri mesi arriva la risposta definitiva
La commissione ha chiesto al Rabbino Capo di Odessa: Mao Tse Tung è ebreo?
Il Rabbino si è limitato ad osservare: Ci mancherebbe solo questa!!!

Comunque sappiate che secondo recenti statistiche il 48% dei cinesi si dichiara antisemita pur non sapendo nemmeno di chi stanno parlando. 
A proposito, ai miei tempi circolava anche questa barzellettina su Mao (per la cronaca, Mao ha sterminato con le sue politiche 40 milioni di cinesi):
Mao Tse Tung invia il suo libretto rosso dei Pensieri ai "capitalisti" occidentali; fra gli altri lo invia anche all'ebreo Rotschild il quale cortesemente gli risponde (in dialetto romagnolo, si vede che aveva qualche antenato  da quelle  bande):
Caro e mi Mao, st'avess tot i mi bajocc t'avrest menc pinsir!!!!
Traduzione:
Caro il mio Mao se tu avessi tutti i miei soldi avresti meno pensieri.

sabato 22 marzo 2014

L'ALTRO LATO DEL SIDDUR dalla newsletter di Rav Shlomo Bekhor




Isaac Lazarus Israël: Vecchio ebreo che legge


Il famoso cacciatore di nazisti Simon Wiesenthal, a 91 anni, partecipò a un Congresso di rabbini europei. Ringraziandoli per il premio conferitogli raccontò un episodio accadutogli a Mauthausen, poco dopo la liberazione del campo. Rabbi Eliezer Silver, un eminente rabbino del Nord America, era giunto a portare aiuto e conforto ai sopravvissuti. Dopo la visita al campo Rabbi Silver invitò i sopravvissuti a partecipare a un servizio religioso. Wiesenthal rifiutò di andare, spiegando che durante la prigionia un ebreo religioso, mettendo a repentaglio la propria vita, era riuscito a far entrare un Siddur nel campo. Wiesenthal dapprima aveva ammirato il suo coraggio, ma era rimasto inorridito quando aveva scoperto che costui “noleggiava” il Siddur in cambio di cibo. Molti ebrei avevano rinunciato al loro ultimo pezzo di pane pur di avere tra le mani quel libro per un paio di minuti. ≪Se questo è il comportamento di un ebreo religioso, non voglio aver nulla a che fare con un libro di preghiere!≫ concluse Wiesenthal.
Rabbi Silver gli toccò dolcemente la spalla e disse: ≪Uomo sciocco! Perché guardi l’ebreo che ha usato il suo Siddur per togliere cibo dalle bocche degli affamati, e non pensi ai molti che hanno dato il loro ultimo pezzo di pane per usare un Siddur? Questa è la fede. Questo è il vero potere del Siddur!≫.
Wiesenthal abbracciò Rabbi Silver e da quel giorno partecipò al Servizio.

giovedì 20 marzo 2014

SHABBATH 20 ADAR S. 5774 / 21-22 MARZO 2014 - SHEMINÌ - SHABBATH PARAH



ORARI DI SIRACUSA
ore 17.53 - 18.51
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PARASHAH SHEMINÌ: Vayqra 9 - 11 
HAFTARAH SHABBATH PARAH: Yechezqiel 36:16-38

Shalom a tutti.
Il prossimo è Shabbath Parah, Parah Adumah, la Vacca Rossa.
Questo Shabbath che segue quello di Purim, Shabbat Zachor, segna l’inizio formale dei preparativi spirituali e non, che conducono a Pesach.
Si legge sul secondo Sefer una porzione della Parashah Chuccath, Numeri 19:1-22.
La Haftarah è una lettura da Yechezqiel 36:16-38.
Se guardate nella Torah della edizione Giuntina, una nota suggerisce che il legame fra la Haftarah e la porzione della Parashah Chuccath consista nel fatto che la prima tratta di purificazione spirituale, la seconda di purificazione del corpo dopo aver toccato un cadavere, col rito della Parah Adumah.
Vi ricordo che dopo il decesso i nostri avi non consideravano un corpo ma un cadavere ciò che restava dall’abbandono della vita e che l’anima veniva col corpo restituita al mistero.
Ed un mistero è il rituale della Vacca Rossa, dacché al termine del rito chi era impuro non lo è più e chi ha eseguito il rito lo diventa, seppur temporaneamente.
Questo precetto che D-o ci ha dato è incomprensibile, lo fu allo stesso Moshè. Rientra in quella categoria di precetti che definiamo Chuqim, precetti che appaiono ai miseri nostri occhi come sovrarazionali, paradossi che la nostra mente coglie come tali e che ben sappiamo non essere, poiché leggi del Signore; le cose misteriose che appartengono a D-o e che trascendono la nostra possibilità di intendere.
Tuttavia questo può aiutarci a cogliere la relazione con la derashah ordinaria di questo Shabbat: Sheminì. In entrambe le letture ci troviamo di fronte alla più insondabile delle esperienze umane: la morte. Quello che noi accettiamo biologicamente ma che sfugge al contenimento in ambiti razionali, quando affrontiamo il problema in termini spirituali od escatologici. Un mistero insondabile di cui invece riusciamo a cogliere il senso della chimica e della fisica. Ma lo sgomento davanti alla morte è profondo, ci costringe ad investigare quello che è ignoto perché appartiene ad un futuro insondabile. Eppure anche la nostra vita segue un vettore temporale insondabile. Ma della morte, ci dice Qohelet, nessuno può parlare poiché nessuno è mai tornato. Eppure sappiamo che l’Adamo primigenio era stato creato senza che dovesse conoscere la morte. A noi è rimasta l’anima, permeata di divino che si libera dal corpo.
Così nella Parashah Sheminì ci troviamo di fronte alla misteriosa morte dei figli di Aharon, colpevoli di aver introdotto un fuoco estraneo, probabilmente per non aver bruciato gli incensi composti secondo la prescrizione divina. Anche in questo caso siamo di fronte ad un mistero insondabile, poiché i cadaveri dei due fratelli vengono poi raccolti.
E Aharon tacque poiché di ciò di cui non si può parlare si deve tacere (celeberrimo aforisma Wittgensteiniano).
“Chiunque indaga quattro cose, meglio per lui se non fosse venuto al mondo: ciò che è sopra, ciò che è sotto, ciò che è davanti, ciò che è dietro” (Mishnah, Hagigah II).
 
Shabbath shalom
Israel Eliahu

venerdì 14 marzo 2014

MEGILLAT ESTER



PURIM 14 ADAR S. 5774 / 15-16 MARZO 2014


Joan Landis: Purim


Hilchot Purim

Di Purim non si deve lavorare, tuttavia sono consentite transazioni commerciali, scrivere lettere di convenevoli e, a maggior ragione, è consentito ogni tipo di lavoro che serve a realizzare una mitzvah.
Per quanto riguarda la lettura della meghillat di Ester, ci sono alcune norme importanti che dobbiamo ricordare.
È bene seguire la lettura in Sinagoga, anche perché Israele deve comprendere sempre il valore collettivo e comunitario dei propri atti.
Si devono usare gli abiti belli, quelli dello Shabbath e, come di Shabbath, tornando a casa si devono trovare le luci già accese, la tavola apparecchiata e il letto rimesso in ordine.
Tutti hanno l'obbligo di ascoltare la lettura della meghillah.
Anche le donne sono obbligate alla Kriat Meghillah sera e mattina. Chi legge ha l'intenzione di fare uscire d'obbligo tutto l'uditorio. Chi ascolta con la giusta Kavanah deve avere il proposito di uscire d'obbligo e quindi di ascoltare ogni parola che viene pronunciata.
Si può usare un microfono ma solo per migliorare l’ascolto amplificando il suono. Tutti devono poter sentire senza microfono altrimenti non si esce d’obbligo.
Solo il Chazan deve restare in piedi gli altri possono restare seduti.
Chi legge deve inoltre sospendere la lettura ogni volta che avrà nominato il nome di Haman per consentire ai presenti di fare rumore e maledire il nome del perfido personaggio della nostra narrazione.
Chi segue la lettura non deve leggere a bassa voce né anticipare né suggerire a memoria chi legge. Tuttavia ci sono 4 versetti, i pesukè gheullà, versetti di redenzione, che vanno recitati ad alta voce dai presenti e poi saranno ripetuti dall'officiante.
Ecco i versetti: cap 2, verso 5; cap 6, verso1; cap 8, verso15; cap 10, verso 3.
Per questo ognuno deve avere una propria megillah per seguire la lettura; nel caso non si comprendesse una parola infatti, dicono i nostri maestri, non uscirebbe d’obbligo.
Nel caso non si disponesse di una megillah klaf si può comunque seguire su una megillah su carta stampata.
Ovviamente chi non può partecipare alla lettura al Beth hakneset ha comunque l’obbligo di farlo a casa in famiglia.
A Purim si devono offrire mishlòach manòt cioè almeno due porzioni di cibo così come è scritto in Ester: Mishlòach Manòt ish lere‛ehu, ciascuno al proprio compagno. Si intendono cibi che non necessitano di preparazione, già cotti, ma anche dolci, frutta, vino.
Per i maschi che hanno compiuto almeno 20 anni è d’uso, fare una tzedakà in ricordo del machazit hashekel mezzo siclo d’argento che si dava per i sacrifici del Santuario.
È d’uso farlo prima di Minchah della vigilia di Purim dicendo “zeker lamachazit hashekel” cioè in ricordo del mezzo siclo.
Il valore corrispondente al mezzo siclo dovrebbe essere quello corrispondente a circa 10 grammi d’argento.
Inoltre si deve osservare anche il precetto di mattanot laevionim, cioè di fare un offerta ad almeno due poveri.
Si esce d’obbligo donando denaro o cibo.
Inoltre è un precetto importante quello di organizzare un pranzo festivo da trascorrere in allegria, accendere candele: deve essere una giornata gioiosa, in particolare per i bambini. Poiché il vino ha un'importanza rilevante nella storia di Ester, i nostri Saggi ci hanno imposto la regola di raggiungere una certa euforia grazie al vino, insomma di bere in misura maggiore del solito così da cadere addormentati e, nel sonno, "non riuscire più a distinguere tra le espressioni arur Aman e baruch Mordechai", maledetto sia Aman, benedetto sia Mordechai (Talmud, Meghillà 7b).
Non si deve esagerare perché il rischio è quello disonorare qualche mizvah.
Poiché è d’uso mascherarsi, ricordiamo che è assolutamente vietato il travestirsi da persona dell’altro sesso. Questo vale anche  per i bambini.
La normativa completa per il Purim potete trovarla nel Kitzur Shulchan Arùch.

Shabbath Shalom e Chag Purim sameach

SHABBATH 13 ADAR S. 5774 / 14-15 MARZO 2014 - TZAV - SHABBATH ZAKHOR

Rembrandt: Banchetto di Ester, Achashverosh e Haman


ORARI DI SIRACUSA
ore 17.46 - 18.45
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PARASHAH TZAV: Vaiqrà 6 - 8 
HAFTARAH: Yrmeyah 7,21 - 8,3; 9,22-23



     Shabbat Zachor

Illuminati dalla torcia che tenevano in mano, attraversavano la notte.
Così grande era la loro fede che forse neppure si accorgevano di consumarsi insieme alla torcia stessa.
Neppure si accorgevano che quella rozza fiaccola era la loro memoria.
Erano cinque. Al più giovane disse l’anziano: “Tu sei la vocale, l’anima”. Al secondo: “Tu sei la consonante, il pilastro. Al terzo: “Tu sei la parola, l’universo”. Al quarto: ”Tu sei il silenzio, l’infinito”.
“E tu chi sei” gli chiesero gli altri “tu chi sei?”
“Sono il libro” egli rispose “Poiché come il libro mi apro sul mio corpo, sul mio spirito, poi, come un enigma mi dissolvo in me stesso. Sono il libro e senza voi nulla sarei”.
Da Edmond Jabes. Le Parcours. Gallimard, 1985

Shalom a tutti.
Questo Shabbat prima di Purim è Shabbat Zachor, uno degli Shabattoth speciali del nostro calendario. Lo ricordiamo, sono Shabbat Shuvah, Shabbat Shirah, Shabbat Shekalim, Shabbat Parah, Shabbat haGadol, Shabbat Chazon, Shabbat Nachamù.
Shabbat Zachor è dedicato al ricordo. Non in modo generico sul valore della memoria ma all’imperativo Ricordati di Amaleq. Un precetto positivo per rinvigorire la coscienza della ferocia e dell’odio immotivato di tutti gli ‛Amaleq che il nostro popolo ha incontrato nella sua storia. Questo Shabbat non prevede particolari osservanze se non per il fatto che dopo aver letto la Parashah Tzav come d’uso, si legge da un secondo Sefer Torah un maftir tratto da Devarim 25: 17-19
E questa è considerata una prescrizione della Torah. Per questo motivo bisogna avere la giusta Kavanah per la lettura del maftir e la coscienza di compiere una mitzvà. C’è inoltre il suggerimento di leggere dal Sefer più bello e di ascoltare la lettura al Beth haKeneset, proprio per suggellare quel senso di comunione e di unità che ha sempre salvato il nostro popolo. Chi non può essere presente alla lettura pubblica in Sinagoga ha comunque l’obbligo di leggere da un Kumash La parashah Zachor.
Questi versi sono tratti dalla Parashah Ki Tetze.
“Ricordati di quello che ti fece ‛Amaleq quando eri in viaggio allorché uscisti dall’Egitto, che ti assalì sulla strada e colpì tutti coloro che affranti erano rimasti indietro mentre tu eri stanco e sfinito, e non temette Id-o.  E quando il Signore tuo D-o ti darà tregua da tutti i tuoi nemici all’intorno nella terra che sta per darti in eredità perché tu ne prenda possesso, cancellerai il ricordo di ‛Amaleq di sotto il cielo, non dimenticarlo!”
Anche la Haftarah ha un rimando a ‛Amaleq ed è tratta da Shmuel 15. Racconta di questa perpetua inimicizia fra Israele e ‛Amaleq che, come sappiamo, è un paradigma dell’insensato, immotivato odio antisemita.
Risulta più velato il legame con la Parashah Tzav, ma i commentatori ci fanno notare che si parla di fuoco perenne, oggi rappresentato dal ner thamid che arde sopra l’Aron Kodesh, che è il segno perpetuo dell’Alleanza, memoria eterna del Tempio, fiamma che suggella la presenza Divina e l’ardere della nostra spiritualità per Israele; ma evidente è invece il legame con Purim.
Intanto ricordiamo che Haman e i suoi seguaci erano discendenti proprio della stirpe di ‛Amaleq ed anche Haman, nella storia di Purim cerca di cancellare il popolo ebraico e solo l’invito all’unità  (Ester 4: 16) della regina salva Mordechai e gli Ebrei.
Cè un ulteriore rimando che ho letto in un testo che vi propongo, ringraziando Hamefiz per la loro benevolenza, e che ho trovato in Momenti di Torà Adar II n° 7 II,  sul sito www.ebrei,net
Eccolo di seguito.

AMALEK E I NAZISTI (Imach Shemam – che Hashem cancelli il loro ricordo)
Nella meghillà di Ester c’è una predizione stupefacente sulla caduta
della Germania nazista (i”s). Nel passo dove vengono riportati i
nomi dei 10 figli di Aman (I”s) troviamo una particolarità, tre lettere
(la ת la ש e la ז) sono state scritte piccole ed una più grande (la
ו) rispetto alle altre. È risaputo inoltre, che la stessa versione, così
come scritta sul klaf che abbiamo noi oggi, è la stessa che fu scritta
più di 2000 anni fa, ed è la stessa che fu tramandata per secoli fin
dai tempi di Mordechai ed Ester ai giorni nostri.
Su questo passo (cap.9;13) sorgono due interrogativi: 1) Cosa ci voleva
indicare Mordechai (compilatore secondo molti della meghillà)
con le 4 lettere scritte in quel modo? 2) Perché Ester implora il
re di impiccare nuovamente i figli di Aman (i”s) come scritto: “Se
sta bene al re.....domani si facciano impiccare sulla forca i 10 figli di
Aman”, quando in realtà precedentemente (v.7) sono già riportati i
loro nomi tra i messi a morte?
Scrive il Talmud che ogni volta che troviamo la parola re sulla meghillàt Ester ci si riferisce al Re del mondo, a meno che non si trovi scritto il nome del Re Achashverosh esplicitamente. Quindi, ci insegnano i nostri chachamim, che nel passo su riportato Ester si sta rivolgendo senza dubbio al “Re” Hashem Itbarach implorandoLo che “domani” si impicchino i 10 figli di Aman (I”s). Allora bisogna chiederci a quali 10 figli di Aman si riferisce?
Nel novembre del 1945 ebbe luogo il processo di Norimberga dove
furono citati a giudizio 23 criminali nazisti (i”s) e trai quali, il 1°
di ottobre, 11 furono condannati a morte. In tribunale si trattò in
che modo dovessero essere messi a morte se per fucilazione o per
impiccagione. Nonostante l’ordinamento giudiziario militare dichiarasse a quei tempi che era vietato mettere a morte per mezzo di impiccamento i generali detenuti, la richiesta di Ester al “Re” doveva essere comunque esaudita! Dunque fu deliberato che la pena di morte dovesse essere proprio l’impiccagione. Tuttavia c’era ancora un dettaglio che non quadrava: i malvagi figli di Aman impiccati erano 10 ed i malvagi nazisti da mettere a morte 11. Con tutto ciò anche questo ordì Hashem Itbarach.
La notte tra il 14 ed il 15 di ottobre, Gring si tolse la vita con una
pillola velenosa, aggiungendosi agli altri morti suicidati, Hitler,
Himmler, Gebels (I”S). Ebbene furono impiccati precisamente 10
nazisti, proprio come aveva richiesto Ester al Re! Nondimeno sapete
qual è la cosa stupefacente? Le 3 piccole lettere scritte nella
meghillà trai nomi dei figli di Aman combaciano proprio con la
data 5707 תש”ז il giorno nel quale furono uccisi quei perfidi nazisti.
La lettera ו invece sta a indicare il 6° millenio dalla creazione del
mondo (5707 l’anno dell’accaduto). Per di più è tradizione rabbinica
(Talmud Meghillà e Grà) che i germani provengono proprio dalla
stirpe di Amalek capostipite di Aman. Quindi i 10 “secondi” figli di
Aman furono messi a morte per impiccagione dai rappresentanti
Anglo-Americani il giorno 21 di Tishrì 5707. La cosa più incredibile
di questa storia ce la rivela il New York Journal American del 16
ottobre 1946, nel quale si descrive l’accaduto durante l’impiccagione
così : “.....quando arrivò il turno di Julius Shtraicher di trovarsi
di fronte alla forca, questi spalancò gli occhi davanti agli 8 ufficiali
Anglo-Americani e ai giornalisti dei più noti giornali mondiali. Con
l’odio che bruciava nei suoi occhi gridò: “Chag Purim 1946!!” in quel
momento si aprì la piattaforma a lui sottostante in un gran fragore”.
Grido insolito! Perché non ha urlato Chag chanukka? Anche questa
festa celebra la vittoria sui nemici. Oppure Chag Pesach che festeggia
il primo trionfo ebraico sugli Egiziani!? E non dimentichiamoci
che quel giorno era il 21di Tishrì Hoshannà Rabbà poteva esclamare
“Chag Sukkot”, perché ha urlato proprio “festa di Purim!” Forse
Shtraicher inconsciamente sapeva che si era verificata la replica
dell’impiccagione dei 10 figli di Aman. Si era compiuto un nuovo
Purim, un nuovo “nafoch hu – e si capovolse” (la faccenda). Per tutta
la storia, molteplici nemici con l’intento di eliminarci si sono visti
ribaltare la situazione da Hashem Itbarch che ci salvò dalle loro
mani e li giustiziò proprio come un buon padre fa per i propri figli.
Da qui dobbiamo imparare un insegnamento enorme per tutte le
generazioni. Hashem ci insegna i fondamenti dell’emunà in ogni
tempo e situazione. Purim ci viene ad insegnare che è solamente

Lui che guida il mondo, non esistono i nazisti i”s, gli Aman, gli iraniani o i palestinesi, Hashem vuole che ci avviciniamo a Lui e riconosciamo la Sua Presenza e la Sua Mano in ogni evento della nostra storia. Che Hashem ci apra gli occhi nel capire le Sue strade e ci avvicini appieno all’emunà! Amen.


Parasha tzav

All’inizio della nostra Parashah il Signore comanda ad Israele, attraverso Moshè, di mantenere sempre acceso il fuoco sull’altare. Anche oggi, nelle Sinagoghe, c’è sempre un Ner Tamid che arde davanti all’Aron Kodesh, proprio in ricordo del fuoco che ardeva perennemente sull’altare dei sacrifici nel Tabernacolo, durante la permanenza degli Ebrei nel deserto, poi nel tempio di Gerusalemme.
Questa piccola parola di genere femminile, Esh costruita con due consonanti, Alef e Shin, lettere madri, significa fuoco. La sua stessa pronuncia evoca il vibratile elevarsi della fiamma pantamorfa. Il fuoco innalza lingue simili a foglie di palma. I 4 bracci della Alef il cosmo compiuto, la sovranità del Signore e i tre bracci della Shin “ma ale lulavin” come foglie di palma, armonia e simmetria, lo spirito divino, fanno di questa parola una costruzione in sé compiuta.  Anche la Torah, parola di D-o, è fuoco nero su fuoco bianco. Sempre quando il divino si manifesta il fuoco accompagna la teofania. Pare quasi che accompagni D-o come sua prossimità manifesta.

Si direbbe abbia una funzione di mediatore simbolico che rapporta l’umile natura degli uomini alla misteriosa rivelazione di D-o.

C’è una connessione intima fra il D-o d’Israele e il fuoco. Il fuoco è anche il simbolo parallelo all’acqua lustrale della purità. Nel fuoco ci si monda, ma mentre il fuoco divino non si estingue quello degli uomini va alimentato. Spesso nella Torah la parola divina è fuoco: “e un fuoco uscì dal cospetto del Signore”.

“Moshè guardò ed ecco: il roveto era in fiamme, ma quel roveto non si consumava” (Shemot 3,2). "Come questo roveto brucia in mezzo al fuoco - dice il midrash - eppure non si consuma, così gli Egiziani non potranno distruggere Israele”. Dove  gli Egiziani sono tutti gli Amalek, tutti i nemici di Israele passati e presenti.

In molte cosmogonie il fuoco è uno degli elementi primordiali e in molta letteratura apocalittica si prefigura l’azione del fuoco come ecpirosi. Nella temperie del pensiero ebraico medievale, Maimonide postula una equazione fra tenebre (choshekh) uno dei 4 elementi della creazione, e fuoco diafano, fuoco non luminoso, fuoco nero. Anche Nachmanide riprese il concetto di fuoco di tenebre nella dottrina della creazione perché  “…. il fuoco è detto oscurità poiché il fuoco elementare è oscuro”.

Scrive Busi: “La nerezza di quel fuoco contiene in sé tutte le sfumature che apparentemente nega, la sua impenetrabile oscurità racchiude anche - nella immaginazione cabbalistica - la visione di ogni oggetto futuro”.

Ma il fuoco è luce, scrive Rashi in un commento a Geremia: “nel luogo nel quale non c’è un lume non c’è pace giacché chi procede inciampa, e procede nelle tenebre".

A Channukà il fuoco testimonia non solo l’avvenuto miracolo dell’olio, ma il fuoco di Israele. La channukia di ogni casa deve essere ben visibile da fuori: anche questa luce illumina lo spirito, per questo è proibito usare i nerot come strumenti per guardare la quotidiana occorrenza. Eppure il fuoco è anche l’unico elemento nel quale l’uomo non può vivere, ma è in grado di crearlo, non così con gli altri elementi. Come abbiamo visto nella derashà su Shabbath, il fuoco che pure apre lo Shabbath con l’accensione dei lumi affidata alla donna e lo separa dalla settimana con la Havdalah affidata all’uomo, non può essere acceso durante lo Shabbath perché rappresenta il dominio dell’uomo sulla natura. Ma il fuoco che viene acceso è quello che rischiara la vita spirituale, nella luce della Torah, nella osservanza dei suoi precetti. Scrive  Jonathan Pacifici: “La benedizione dello Shabbathè proprio nella capacità umana di confrontarsi in maniera assolutamente impari con l’infinito ed accendere un lume alla presenza della Luce, perché se non ha ancora diritto alla Luce superiore, nulla lo esime dal cercare il massimo della luce della quale è capace”.  

Quel lume sabbatico -  scrive Giulio Busi - simboleggia dunque, nella diaspora,  quel fuoco perenne che ardeva sull’altare del tempio, secondo la prescrizione biblica: "Un fuoco continuo arderà sull’altare, non deve spegnersi" (Vaikrà 6,6). Solo la fiamma di quel fuoco poteva restare accesa di Sabato e testimoniava, nel silenzio di ogni altra luce, la presenza visibile del D-o d’Israele”.

Shabbath shalom
Israel Eliahu

mercoledì 12 marzo 2014

P U R I M 5774

 

DIGIUNO DI ESTER: anticipato a domani, 11 Adar shenì /giovedì 13 Marzo (dall'alba al tramonto).

mercoledì 5 marzo 2014

SHABBATH 6 ADAR SHENI 5774 / 7-8 MARZO 2014 - VAYQRA




ORARI DI SIRACUSA
ore 17.40 - 18.38
Per le altre località clicca   Q U I


PARASHAH VAYQRA: Vaiqra 1 - 5 
HAFTARAH: Yeshaʽah 43,21 - 44,23

Shalom a tutti.
Fino alla distruzione del secondo Tempio per opera dei Romani di Tito, le pratiche cultuali (avodah) che esprimevano il sentimento religioso ebraico secondo il dettato Toraico, facevano riferimento al Santuario stesso. Qui si offrivano i sacrifici, sia quelli quotidiani che quelli festivi.
Da allora, poiché il Tempio non è stato ricostruito e non si può adempiere ai precetti che riguardavano i sacrifici, si usa leggere i brani che comunque ne insegnano la normativa così che la parola, la lettura, si sostituisca alla prassi non più praticabile, ma anche, come ammonivano i saggi perché si abbia familiarità con le dinamiche degli adempimenti, per conoscere il rituale e farci trovare pronti, dacché ogni giorno preghiamo per la ricostruzione del Bet haMikdash.
Da allora la preghiera ha sostituito i sacrifici.
Troviamo nell’edizione dello Zohar a cura di Giulio Busi che nel sacrificio l’odore che si levava dalla vittima era segno di rappacificazione fra la terra e il cielo, ottenuta attraverso l’atto violento dell’immolazione. Poiché, dopo la distruzione del tempio, il sacrificio cruento è stato sostituito dalla preghiera, sono ora le parole ad esalare una fragranza che invoca misericordia e ancora  il sacrificio e il suo sostituto dopo la distruzione del tempio, cioè la preghiera, provocano un doppio movimento di energia sefirotica: da una parte il fedele “deve salire di grado in grado fino a che dal basso non si è arrivati in alto” dall’altra le forze celesti dopo essere state sollecitate dall’offerta scendono in direzione della terra “quando il dono scende dall’alto verso il basso è chiaro che si tratta del dono del Re”.
Così la preghiera ha mutuato le modalità e le disposizioni dai riti cultuali del Tempio con i due sacrifici quello mattutino e quello pomeridiano. La preghiera del mattino Shachrit, dall’ebraico shachar luce mattutina, e Minchah del pomeriggio, dal nome dell’offerta di farina che accompagnava il sarificio. A queste si aggiunga la preghiera di Mussaf cioè aggiuntiva, che corrisponde al sacrificio dei giorni festivi.
Proprio perché la preghiera serale non rimandava ad alcun sacrificio è stata considerata per molto tempo meno importante delle altre.
Nella preghiera di Minchah, dopo la lettura del Salmo 84, troviamo Korbanot, cioè le norme per i sacrifici e le offerte. Così pure in Shachrit dopo l’Aqedah. Passi tolti dalla Torah e dal Talmud, dalla Mishnah, dove vengono illustrate le modalità dei sacrifici.
Dunque se è pur vero che secondo la tradizione erano stati i Patriarchi stessi ad aver istituito la scansione delle preghiere giornaliere, Avraham il mattino, Ytzchaq il pomeriggio e Jaʽakov la sera, è pur vero che le nostre preghiere, compresa Mussaf, sono sempre basate sulla scansione cultuale dei sacrifici. Il termine sacrificio compare nel Tanak quasi 200 volte a ribadire quanto fosse centrale nell’ebraismo e dunque quanto sia oggi centrale la preghiera.
Certo che se si vede il sacrificio dalla parte degli animali si pensa ad una mattanza, ma dobbiamo considerare la dedicazione sacra come un’elevazione. Anche se il paragone può sembrare irriverente pensate al valore che attribuiamo al sacrificio di persone che si sono immolate per salvare qualcun altro o per la patria o per un ideale. Per esse utilizziamo la parola sacrificio senza connotazioni negative anzi ad esse abbiamo dedicato piazze e monumenti.
Tuttavia, poiché per molti aspetti la questione dei sacrifici è complessa, se analizziamo la questione con l’etica contemporanea è anche problematica, vi voglio proporre anche questo testo del Rabbino Capo di Gran Bretagna Rabbi Jonathan Sachs che potete trovare a questo Link, nel sito di Ritorno alla Torah e che vi consiglio vivamente di leggere:
ritornoallatorah.it

Shabbath shalom
Israel Eliahu
Tratto da un commento di Rabbi Jonathan Sacks, Rabbino Capo di Gran Bretagna.
La concezione biblica dei sacrifici è considerata l'elemento più complesso e controverso di tutto l’Ebraismo. All'interno del Pentateuco, i sacrifici svolgono un ruolo importantissimo, e le leggi relative ad essi sono espresse molto dettagliatamente. Non meno significativo è anche il luogo in cui queste leggi si trovano, cioè nel Levitico, il libro posto al centro della Torah.
Il motivo di questa centralità dei sacrifici e del servizio sacerdotale è certamente legato all'affermazione della missione del popolo ebraico, che viene annunciata subito prima della Rivelazione e della stipulazione del Patto sul Monte Sinai: "Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa" (Esodo 19:6).
Il rapporto tra Israele e le altre nazioni è paragonato a quello che si instaura tra un sacerdote e il suo popolo. Come un sacerdote, Israele è "santo", nel senso di "separato", con il compito di fare da mediatore tra D-o e il mondo. Le regole di purità rituale, che non fanno parte dei precetti universali imposti all'intera umanità, costituiscono la testimonianza di una vocazione nazionale, senza che ciò implichi alcuna superiorità del popolo ebraico.
Come sacerdote del mondo, Israele è chiamato a condurre una vita particolarmente vicina a D-o. I sacrifici, indicati anche con il termine avodah (servizio), sono dunque un elemento rappresentativo dell'identità ebraica. La loro importanza nella visione biblica non può essere negata.
Eppure, come è noto, molti dei più grandi profeti di Israele si espressero con affermazioni che possono apparire superficialmente come una critica dell'intera istituzione dei sacrifici, almeno in relazione alla condizione morale e spirituale di Israele durante la loro epoca. Amos infatti dichiara nel Nome di D-o:
"Io odio, disprezzo le vostre feste, non provo piacere nelle vostre assemblee solenni. Anche se mi offrite i vostri olocausti e le vostre oblazioni di cibo, io non le gradirò. [...] Ma scorra il diritto come acqua e la giustizia come un corso d'acqua perenne" (Amos 5:21-24).
Lo stesso spirito lo troviamo in Isaia, nel passo che leggiamo ogni anno prima di Tisha B'Av:
"Che m'importa della moltitudine dei vostri sacrifici, dice il Signore. Smettete di portare oblazioni inutili. [...] Il vostro incenso io lo detesto. [...] Lavatevi, purificatevi, togliete dalla mia presenza la malvagità delle vostre azioni, cessate di fare il male. Imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l'oppresso, rendete giustizia all'orfano, difendete la causa della vedova" (Isaia 11:11-16).
Ancora più notevoli sono le parole di Geremia, che sembrano addirittura mettere in discussione l'idea che i sacrifici facessero parte del proposito originario di D-o: "Poiché io non parlai ai vostri padri e non diedi loro alcun ordine, quando li feci uscire dal paese d'Egitto, riguardo agli olocausti e sacrifici, ma questo comandai loro: Ascoltate la mia voce, e io sarò il vostro D-o e voi sarete il mio popolo. Camminate in tutte le vie che vi ho comandato, perché siate felici" (Geremia 7:22-23).
Com'è possibile che Geremia dica una cosa del genere?  La Torah  non è forse piena di precetti sui sacrifici? Una delle spiegazioni più famose e controverse delle parole di Geremia è stata fornita da Maimonide, nella sua opera filosofica La Guida dei Perplessi. Secondo Maimonide, il tempo è un fattore essenziale della trasformazione dell'umanità. Come la natura si evolve gradualmente, così anche la condotta collettiva della società umana si modifica.
Questo è il motivo per cui la Torah contiene alcune leggi il cui scopo non è immediato, e il cui effetto può essere notato solo nel corso di molte generazioni. Maimonide spiega: "Non è possibile passare istantaneamente da un estremo ad un altro; per la natura umana è dunque inconcepibile abbandonare in un attimo tutto ciò a cui è abituata. [...] Nei tempi antichi, la consuetudine diffusa in tutto il mondo comprendeva il sacrificio di varie specie animali nei templi nei quali erano state poste alcune immagini, il prostrarsi davanti a tali immagini e l'offerta dell'incenso davanti ad esse. La sapienza e la cura di D-o non hanno imposto il rifiuto e l'abbandono di tutti questi tipi di culto, perché allora non si sarebbe potuta nemmeno immaginare una cosa del genere, a causa della natura umana. [...] Perciò, D-o ha trasferito al Suo culto le pratiche usate precedentemente per l'adorazione delle cose create. [...] In questo modo è stato possibile cancellare le tracce dell'idolatria, mentre il vero principio della nostra fede, l'esistenza di D-o e la Sua unità, è stato affermato saldamente. Tutto ciò è stato ottenuto senza confondere e sconvolgere la mente degli uomini con l'abolizione di pratiche a cui erano abituati".
Questa interpretazione ci permette di comprendere meglio l'apparente negazione dei sacrifici da parte di Geremia. Ciò che il profeta intende affermare è che i sacrifici non erano fini a sé stessi. Essi servivano invece a stabilire fermamente nella mente delle persone l'obbligo di adorare soltanto D-o. Eppure, all'epoca di Geremia, il popolo aveva confuso il mezzo con il fine,vedendo i sacrifici come se non ci fosse in essi alcun significato profondo.
Volendo usare un eufemismo, si può dire che l'interpretazione di Maimonide incontrò pareri contrastanti tra i pensatori ebrei dei secoli successivi. La sua riflessione sembrava condurre all'idea che i sacrifici fossero necessari allo sviluppo del popolo ebraico in un preciso periodo storico, ma non in ogni epoca. Tuttavia, questo non era davvero ciò che Maimonide riteneva.
Nella Guida dei Perplessi, egli dichiara infatti che "Le leggi non possono essere modificate a seconda delle persone e delle circostanze. [...] Non sarebbe giusto far dipendere i principi fondamentali della Torah dai cambiamenti di tempo e di luogo".
Maimonide distingue inoltre tra interiorità ed esteriorità nel servizio Divino. Secondo la sua visione, l'Ebraismo impone forti limitazioni al culto sacrificale. I sacrifici possono essere offerti solo in determinati momenti, e soltanto da membri di una certa stirpe (i discendenti di Aronne), utilizzando animali specifici, ed in un solo luogo (il Santuario). La preghiera, al contrario, appartiene all'interiorità del servizio Divino e può essere quindi offerta dovunque, in qualsiasi momento, e da chiunque. La preghiera si avvicina al culto ideale, mentre i sacrifici rappresentano quasi una concessione. I sacrifici sono dunque soltanto un'espressione esteriore di un concetto che si trova nel cuore dell'Ebraismo, cioè il "servizio di D-o" (avodah).
Uno degli aspetti più sorprendenti dell'Ebraismo è il fatto che esso non si pone come una religione fra le tante, ma come qualcosa di completamente nuovo. Fin dall'inizio, l'identità ebraica ha sempre rappresentato una sfida ai grandi imperi e alle strutture gerarchiche e sociali.
La Bibbia è una continua battaglia contro l'idolatria (il sistema imposto dal potere), il mito (i racconti che giustificano il sistema), e i riti pagani (gli atti che alimentano il sistema). Nella società a cui l'Ebraismo si opponeva, quella basata sul conflitto, sul dominio e sulle gerarchie, il sacrificio era visto come un tentativo di placare gli dei, di ottenere la loro benevolenza e di procurarsi la loro forza.
Nell'Ebraismo, il sacrificio è invece qualcosa di completamente diverso. Il D-o di Israele è il Creatore dell'universo, il Potere supremo, ma anche Colui che si preoccupa dei deboli (gli schiavi in Egitto, le vedove, gli orfani e gli stranieri). Un D-o simile non può essere corrotto o placato con offerte materiali. Il vero significato del sacrificio viene perciò modificato per diventare un rito che crea un effetto sull'uomo, non su D-o.
La parola korban (sacrificio) ha il significato di "portare" o "avvicinarsi". Per avvicinarsi a D-o, nell'Ebraismo, bisogna rinunciare a sé stessi, al proprio potere, alla propria volontà, all'esistenza autonoma e autosufficiente. È necessario cedere qualcosa, impegnarsi in un atto simbolico di rinuncia. Il risultato di un tale "avvicinamento a D-o" ci permette di guardare il mondo in maniera diversa. Rinunciare al nostro possesso di qualcosa (un animale, o una parte del raccolto agricolo) significa riconoscere che tutto ciò che abbiamo appartiene in realtà soltanto a D-o.
Per questo motivo, quando il Tempio fu distrutto, le altre forme di rinuncia rimasero valide: quelle che si compiono attraverso la volontà (con la preghiera), la mente (lo studio della Torah),o i propri beni (tramite la beneficenza e l'ospitalità verso gli stranieri).
Ma finché esisteva il Tempio, bisognava confrontarsi con un grande pericolo. Visti dall'esterno, i sacrifici erano ciò che rendeva il culto ebraico più simile alle pratiche pagane. Anche se il loro significato profondo era del tutto diverso, la forma esteriore dei sacrifici ordinati dalla Torah era di fatto simile a quella prevista dagli altri culti. Questo problema era la vera causa della critica dei sacrifici da parte dei profeti. Ad essere contestata non era l'istituzione di tali riti, ma la degenerazione che portava i sacrifici ad assomigliare ai culti idolatrici. Senza un costante ammonimento da parte dei profeti, gli Ebrei rischiavano di vedere i sacrifici come un modo di placare D-o, per poter essere poi liberi di commettere i loro crimini contro i più deboli. Dunque l'intenzione con cui si offrivano i sacrifici era particolarmente importante. Chi eseguiva questi riti con un proposito ingiusto poteva trasformare un atto sacro in un atto pagano.
Secondo la mentalità comune, compiere un gesto simbolico è il modo migliore di esprimere un sentimento o un'intenzione. Il rituale rappresenta infatti l'azione scenica di un proposito interiore. Nel caso del ravvedimento, in particolare, bisogna sacrificare qualcosa (che simboleggia la propria coscienza) per far nascere qualcos'altro, il rinnovamento della propria vita.