giovedì 28 novembre 2013

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SHABBATH 27 KISLEV 5774 / 29-30 NOVEMBRE 2013 - MIQQETZ - Si annuncia Rosh Chodesh


 
Boris Dubrov: Festa di Chanukkah, 2006

ORARI DI SIRACUSA
Accensione  ore 16.24
Havdalah          17.25
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PARASHAH MIQQETZ: Bereshith 41,1 - 44,17
HAFTARAH: Melakhim I, 3,15-28

Come già evinto dal colloquio sulla scorsa parashah, che riguardava l’anima, quando si prendono in considerazione argomenti complessi è opportuno sempre contestualizzare i concetti e collocarli nel tempo in cui sono stati espressi. Un’analisi del testo Toraico non può essere avvicinata arbitrariamente ad un concetto estrapolato da testi medievali e cabbalistici. Questa settimana, occupandoci di Giuseppe, cercheremo di capire qualcosa sul tema dei sogni nel mondo ebraico. Anche in questo caso dobbiamo tener conto di come storie, cultura e linguaggio modifichino la percezione e l’analisi della questione “sogno” nelle dinamiche temporali della storia delle idee.

Nella Torah incontriamo il tema del sogno per la prima volta quando il Signore si palesa nel sonno ad Abimelekh per ammonirlo di restituire la moglie Sara ad Avraham, rivelando al sovrano che Avraham è un profeta, cosa che non era stata prima compresa.

Poi incontriamo Jaʽakov con due sogni, quello della scala e quello con il quale esperisce lo stratagemma per ingannare Labano nella divisione del gregge.
Scrive Giulio Busi: ”I sogni di Jaʽakov così come quello di Abimelekh non sono metafore che alludono ad altro da sé, e neppure hanno bisogno di una spiegazione che li proietti nel futuro, ma hanno un carattere che non necessita di altri interpreti all’infuori della coscienza del protagonista. Tuttavia la funzione del sogno nella scrittura è quella di rappresentare una realtà in fieri, di cui le scene oniriche costituiscono una specie di mimo simbolico anticipato”.
Come dire che il sogno racchiude uno sviluppo futuro che viene in qualche modo anticipato; come nel caso di Abimelekh è un avvertimento.
Tuttavia i sogni necessitano di una lettura, di un interprete: vediamo come Giuseppe acquisti fama e fortuna proprio grazie alla sua capacità di intendere il segreto dei sogni, ma che proprio i suoi sogni avevano generato prima l’ostilità e la condanna da parte dei fratelli. D’altronde Nabuccodonosor condannerà a morte i suoi sapienti proprio per non aver saputo leggere, tra le pieghe della narrazione onirica, la giusta interpretazione. Yochanan ben Nappaha, un saggio del III secolo, arrivò ad affermare che i sogni, in realtà, dipendono dall’interpretazione che ne viene data. Secondo i saggi del Talmud, che operano in un contesto in cui l’ermeneutica è la regola, il sogno è veicolo incompleto della profezia.
Chi ci segue da tempo ricorderà che nella “meghillat Saragusanos” del Purim di Siracusa in sogno appare il Profeta Eliahu per salvare dalla strage la popolazione ebraica della città siciliana.
Mosè  Maimonide riteneva che alcuni passi criptici della Torah fossero raccontati come espressione di una forma onirica, ad esempio quello dell’asina parlante, e che nel sogno il processo di profezia venisse avviato ma non concluso se non con l’elaborazione successiva.
il Rabbino Yishaq Israeli riteneva che i sogni provenissero dall’interiorità ed espletassero ciò che in realtà giaceva nella psiche dell’uomo, cioè uno “strumento dell’intelletto per comunicare le proprie forme all’anima”.
Secondo Elʽazar di Worms i sogni provengono dall’anima e durante la notte vengono rielaborati da un angelo.
Allora si riteneva che l’anima durante la notte lasciasse il corpo, il sonno infatti veniva considerato un sessantesimo della morte, e che ascendesse ad una sfera più elevata, tanto che Cordovero pensava che al rientro potessero accadere anche complicazioni dovute a promiscuità con altre anime di fantasmi-di defunti che avrebbero potuto innestarsi nel processo di rientro dando origine a fenomeni di possessione come il gilgul. È interessante che Cordovero ritenga che ogni risveglio corrisponda ad una nuova nascita e che le berakhoth mattutine siano in realtà un ringraziamento per non essere rinato con l’anima di qualcun altro, ad esempio una donna, un goy o uno schiavo (Chajes: Posseduti ed esorcisti nel mondo ebraico. Bollati Boringhieri, 2010). Vi richiamo al cappello iniziale.
Il carattere divinatorio del sogno è ben noto alla cultura ebraica, tanto da rendere sempre necessaria una sua traduzione, ed è ben noto come abbiamo anche strumenti rituali che consentono di volgere in bene un sogno nefasto.
Chi ha fatto un sogno cattivo deve recitare un determinato rituale, che potrete trovare in ogni siddur, davanti ad almeno tre persone. In casi di estrema gravità del sogno è bene fare anche un digiuno.
“Hai trasformato il mio lamento funebre in danza, hai slegato il mio sacco e mi hai cinto di gioia” si dice fra l’altro, citando il salmo 30.
In fine ricordiamo il legame che lega Schlomo Sigmund Freud, ebreo, padre della psicoanalisi, alla interpretazione dei sogni, con la chiara consapevolezza che questo interesse, questa attitudine derivano dalla ermeneutica ebraica e dalla interpretazione onirica che ogni ebreo osservante praticava e tuttora pratica, così quello che da un punto di vista cristiano era uscito dalla finestra come superstizione e oscurantismo è rientrato dalla porta come psicoanalisi.
C’è una vecchia boutade che così recita:

Ci avete perseguitati, rinchiusi, massacrati, offesi, umiliati, deportati, uccisi per 2000 anni, ma noi ci siamo vendicati mettendo a nudo tutte le vostre miserie, le vostre colpe, le vostre angoscie con la psicoanalisi e da voi stessi non vi libererete più.


Shabbath shalom

Israel Eliahu