lunedì 31 dicembre 2012

PERDONO


Rav Yosef Dov Soloveichik (1820-92) uno dei rabbini di Brisk


Un giorno il rabbino di Brisk, un maestro di merito e di fama eccezionali, ben noto anche per le sue doti di umana bontà e comprensione, prese il treno a Varsavia, per tornare nella sua città natale.

Il rabbino, un uomo esile, che non dava nell’occhio, vestito in modo dimesso, prese posto in uno scompartimento in mezzo ad un gruppo di commercianti, i quali, non appena il treno si mosse, cominciarono a giocare a carte. Via via che il gioco procedeva si eccitavano sempre più: ma il rabbino non si occupava di loro, tutto assorto nei suoi pensieri. Questa indifferenza disturbò gli altri, e qualcuno gli chiese di partecipare al gioco. Il maestro rispose che non giocava mai a carte. Il tempo passava e i giocatori erano sempre più seccati dall’indifferenza di quel loro compagno di viaggio. Finalmente uno gli disse: “O gioca anche lei o se ne va di qui”. E così dicendo lo prese per il colletto e lo spinse fuori. Il rabbino fu costretto a restare in piedi per delle ore finché arrivò a Brisk, meta del suo viaggio. A Brisk scesero anche i commercianti. Il rabbino fu subito circondato da un gruppo di ammiratori che gli davano il benvenuto e gli stringevano la mano.
“Chi è quest’uomo?” chiese un commerciante. “Come, non lo conosce? È il famoso rabbino di Brisk!”.
Il commerciante si sentì venir meno. Non aveva riconosciuto l’uomo che aveva offeso. Subito gli si avvicinò e gli chiese perdono. Il rabbino si rifiutò di perdonarlo. Nella sua stanza d’albergo il commerciante non poteva darsi pace. Andò a casa del rabbino e fu introdotto nel suo studio.
“Rabbi” gli disse, “ io non sono ricco, ma ho 300 rubli da parte, se mi perdona glieli consegnerò tutti, perché li usi a scopi benefici”. La risposta del rabbino fu un secco: “No”.
L’angoscia del commerciante divenne intollerabile, andò alla sinagoga in cerca di conforto, ma quando spiegò agli altri le ragioni del suo turbamento tutti restarono sorpresi. Come mai il maestro, uomo di profonda bontà , si mostrava così inflessibile? Gli consigliarono di recarsi dal figlio maggiore del rabbino, e di parlargli dello strano comportamento del padre. Il giovane, quando sentì l’accaduto, si meravigliò e a sua volta non riusciva a capire una simile ostinazione. Impressionato dall’angoscia del commerciante, promise di parlarne con il padre. Non è lecito, secondo la legge ebraica, che un figlio rivolga a suo padre una critica diretta. Per cui il giovane, entrato nello studio, iniziò una conversazione generale sulla legge ebraica e poi condusse il discorso sul problema del perdono. Quando vennero a parlare del principio per cui si deve concedere il perdono ad una persona che lo ha chiesto tre volte, il giovane fece menzione del commerciante che si trovava in così grande angoscia. Il rabbino di Brisk gli rispose: “Io non posso perdonargli. Lui non sapeva chi ero io, quel commerciante ha offeso un uomo comune, e tutti gli uomini umili come lui, vada dunque da loro a chiedere perdono”.
Abraham J. Heschel
 



mercoledì 26 dicembre 2012

SHABATH 16 TEVET 5773 / 28-29 DICEMBRE 2012

 
Shabbat table, Fiona Collins
 
ORARI DI SIRACUSA
Accensione ore 16.31
Havdalah    ore 17.34
Per le altre località vedi  http://www.myzmanim.com/search.aspx
 
Parashah Vaychi: Bereshith 47,28 - 50,26
Haftarah Vaychi: Melakhim I, 2,1-12
 
Shalom a tutti.
Ci troviamo di fronte ad un episodio, il commiato di Giacobbe, fra i più dibattuti, per una complessità intrinseca che può mutare qualora venisse attribuita al brano una diversa datazione. Perché si ritiene che seppure le parole di Yaʽakov non prevedano ad esempio la riabilitazione della tribù di Levi, pure alcuni riferimenti storici tenderebbero a far uscire dall'ambito della profezia pura il testo, connotandolo alla produzione epigrafica successiva.
Intanto è evidente che il genere del brano è ascrivibile alla poesia o meglio al genere del "poema tribale" espresso nella situazione del commiato nel punto di morte che un patriarca rivolge alla propria genia. L'intento vaticinante della profezia di carattere religioso (per alcuni commentatori prophetia ex eventu quindi riferiti a fati già accaduti) lo assimila a componimenti di genere tipici delle culture semite.
La poesia ebraica antica è caratterizzata da determinati stilemi come il parallelismus membrorum, o quello antitheticus, da allitterazioni, giochi etimologici, giochi vocalici che rimandano a una rimazione primitiva.
Intanto cominciamo col dire che la parola berakhah, la cui radice è brkh, oltre al significato di benedire ne ha anche uno più generico e meno attestato di accomiatarsi, congedarsi. Questo induce a classificare il nostro brano nel genere letterario del commiato. Pensate a quello di Moshè in Deuteronomio.
Oggi la maggior parte dei commentatori ritiene che questo brano sia frutto di un poeta giudeo dell'eta di Davide, che intendeva celebrare la monarchia davidica con questo elogio (vi faccio notare che la parola benedizione viene tradotta con termine greco εὐλογία da eu e logos).
Nell'intenzione di dimostrare l'origine particolare ed isolata di questo brano sono stati evidenziati paralleli con la letteratura di genere ugaritica, della città-stato di Ugarit oggi in Siria, ritenendo fosse stato possibile il trasferimento di alcuni veicoli di genere e ornamenti letterari alla poesia ebraica antica.
Ancora Zimmern, lo riferisco per dovere di cronaca, mette in relazione l'articolazione del commiato con i segni dello zodiaco. Il ricorso ai nomi di animali che compaiono nel nostro brano, l'oracolo doppio di Simʽon e Lewi (identificabile con i Gemelli) potrebbero riferirsi ad un antico sistema astrologico, sappiamo da documenti cuneiformi che c'era una certa approssimazione di un piano zodiacale già nel primo millennio. L'ipotesi può avere qualche suggestione ma esce dai binari dell'analisi storica.
Per saperne di più:
Rav Alberto Somekh: Il commiato di Yaʽaqob. Un'ipotesi di interpretazione in chiave mediterranea. Firenze, La nuova Italia, 1990
Midrash (Pes. 56) "Giacobbe chiamò i suoi figli e disse loro: Raccoglietevi ed io vi annuncerò quello che accadrà al termine dei giorni (Ber. 49,1).
Giacobbe aveva intenzione di svelare ai suoi figli il mistero della fine dei giorni, ma la maestà di D-o si allontanò da lui. Pensò: C'è forse, D-o non voglia, qua, vicino al mio letto, qualche indegno discendente, come Ishmael al tempo di Avraham o come ʽEsav al tempo di Isacco? Gli risposero i figli: "Ascolta o Israele, il Signore è il nostro D-o, il Signore è uno" (Dev. 6, 4). Come in cuor tuo non v'è che un D-o, così uno è Iddio nel nostro cuore. Allora Giacobbe disse: " Benedetto sia in eterno il Suo nome glorioso".
Dissero in nome di Rabbi Shemuel: Questo è quanto ripetono gli Israeliti mattino e sera, ogni giorno, dicendo: Ascoltaci o nostro Padre Israele, dalla grotta di Machpelà: quella stessa consegna che da te ci fu data noi la manteniamo tuttora: "Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno".
 
Shabath shalom
Israel Eliahu
 
 



sabato 22 dicembre 2012

TZOM HAʽASIRI 10 teveth 5773 / 23 dicembre 2012

 
 
Tzom haʽasiri, digiuno del decimo mese, dall'alba al tramonto, in ricordo dell'assedio babilonese di Yrushalaym. 
TZOM TOV

giovedì 20 dicembre 2012

SHABATH 9 TEVET 5773 / 21-22 DICEMBRE 2012


Joan Landis, Shabath

ORARI DI SIRACUSA
Accensione ore 16,27
Havdalah    ore17,27
Per le altre località vedi  http://www.myzmanim.com/search.aspx 

Parashah Vayggash: Bereshith 44,18 - 47,27
Haftarah Vayggash: Yechezqiel 37,15-28

Nella prefazione al suo libro "Personaggi bi­blici attraverso il Midrash", Eli Wiesel esprime alcune considerazioni che sono illumi­nan­ti per comprendere il rapporto dell'Ebreo con la Torah e la sua narrazione, dunque con la sua stessa storia. Scrive Wie­sel: "La storia ebraica si rivolge al presente. Negando la mitologia essa influi­sce sulla no­stra vita e sul nostro ruolo nella società. Giove è un simbolo ma Isaia è una voce, una coscienza. Zeus è morto senza essere vis­suto ma Moshè resta vivo ... Non fosse per la sua memoria che egli vuole collettiva, l'Ebreo non sarebbe Ebreo, o più semplicemente non esisterebbe.


... Se noi abbiamo la forza e la volontà di parlare è perché i nostri padri si esprimono attraverso ognuno di noi ... l'Ebreo si sente più vicino al profeta Elia che al proprio dirim­pettaio ... l'Ebreo si ricorda di loro (i Padri) e li vede al crocevia della loro esistenza ... sono esseri umani, non dei ... il loro cammino s'inscrive nel suo, pesa sulle sue scelte, la scala di Yaʽakov dilania le sue notti … de­scrivere, parlare di Moshè vuol dire seguirlo in Egitto e fuori dall'Egitto ... queste storie sono di un'attualità sorprendente: Giobbe è nostro contemporaneo".
La storia di Giuseppe accompagna per quattro settimane la nostra lettura della Torah, in una lunga narrazione; non è una storia come le altre. D-o è assente in questa storia d'amore, in questa faida di fratelli.
Scrive Wiesel che la storia di Giuseppe è quella di una serie di metamorfosi: familiare, sociale, filosofica ed ebraica. Perché Giu­sep­pe da ragazzino arrogante e suppo­nente, sarà vinto, poi diventerà potente, sarà un eroe di castità e purezza, poi conoscerà la consapevolezza del perdono e finalmente di­venterà un Giusto.
La sua esistenza illustra la teoria di Kir­ke­gaard sui quattro cicli della vita umana: Il primo è quello della bellezza, il secondo quello della morale, il terzo quello del riso, e l'ultimo quello del sacro.
Giuseppe diventerà uno tzaddik ma lo dovrà solo a sé stesso, alla sua metabole; nella sua condizione egli seppe accettare la sventura e il potere senza mai rinnegare quello che era, ottenendo un trionfo che doveva soltanto a sé stesso; scrive ancora Wiesel: "Giuseppe fu il primo Ebreo a soffrire per mano di altri Ebrei, seppe però dominare il suo dolore e la sua delusione, e unire il suo destino al loro".
Per saperne di più: Eli Wiesel: Personaggi biblici attraverso il midrash.
Potete trovare altri midrashim molto sugge­stivi sulla storia di Giuseppe nel libro di Paci­fici: Midrashim, fatti e personaggi biblici.
L'arrivo di Giuseppe e della sua famiglia in Egitto non trova attestazione nei documenti Egiziani, ma l'Archeologia ha dimostrato che una parte del Delta del Nilo fu fortemente semitizzata ai tempi degli Hyksos, anzi si suppone che la stessa dinastia dei faraoni che regnarono in Egitto ai tempi di Giuseppe  appartenesse al ceppo semitico nord-occi­dentale, dunque quasi parenti del popolo Ebraico. Tutte le informazioni che possiamo evincere dalla lettura di questa parte di Torah possono essere confermate da dati storici. Dalla oniromanzia ai titoli di «capo coppiere» e «capo panettiere» dei due compagni di pri­gionia di Giuseppe. Anche il titolo di Giusep­pe quale sovrintendente della casa trova ri­scontro nelle fonti egiziane.
Riguardo alla carestia prefigurata da Giusep­pe troviamo un'iscrizione nell'isola di Sehel a sud di Elefantina, dell'epoca Tolemaica, che riguarda un periodo di sette anni di carestia verificatasi ai tempi di Geser della terza di­nastia:
"Ero nella tristezza sul mio grande trono, dice Par-oh. Coloro che erano nel palazzo vive­vano nell'afflizione ed il mio cuore era terri­bilmente abbattuto perché il Nilo non era ve­nuto a tempo per un periodo di sette anni; i cereali erano magri, ogni uomo era privo di respiro, il bambino era nel pianto ..."
Anche il nome di Potifar viene trovato in una stele funeraria e il nuovo nome imposto a Giuseppe dal faraone, Zafnat-Paʽneach,  trova riscontri nell'onomastica egiziana.
Il fatto che di un personaggio così importante come Giuseppe non si sia trovata traccia nella cronaca dell'antico Egitto ha lasciato supporre ad alcuni che in realtà Giuseppe sia passato nella memoria egiziana col nome di Imhotep, anch'egli vissuto, secondo le cro­nache egiziane, nel terzo secolo e che svol­geva presso il faraone le stesse incombenze di Giuseppe. La storia di Imhotep sembra ri­calcare la cronaca biblica di Giuseppe. En­trambi moriranno a 110 anni, ma di Imoteph non è mai stata trovata la sepoltura.
Questa lettura della storia biblica e del suo riscontro nella cronaca egiziana fa arguire che non fu la cultura ebraica ad essere in­fluenzata da quella egiziana ma il contrario, proprio come è scritto nel salmo 105,17-22:
"D-o mandò un uomo davanti a loro, Giusep­pe che fu venduto come schiavo, i suoi piedi furono serrati nei ceppi, sulla sua persona venne posta una catena di ferro fino al mo­mento in cui avvenne quello che aveva detto e la parola dell'Eterno, nella prova, gli rese giustizia (lo rese puro). Il re (faraone) mandò a farlo sciogliere, il dominatore dei popoli lo mise in libertà. Lo nominò Governatore (Si­gnore) della sua casa e amministratore di tutti i suoi beni. Poteva incatenare i prìncipi a sua discrezione e rendere più sapienti i suoi anziani consiglieri".

Shabbat shalom
Israel Eliahu

sabato 15 dicembre 2012

VI PROPONIAMO UN GIOCO

 
Ebrei in preghiera nella Sinagoga durante Yom Kippur, dipinto di Maurycy Gottlieb, rielaborato da Israel Eliahu

7 dei membri del Centro Tiqqun si sono intrufolati in questa scena, sostituendosi ai personaggi del dipinto: sapete individuarli? 

giovedì 13 dicembre 2012

SHABBATH 2 TEVET 5773 / 14-15 DICEMBRE 2012



ORARI DI SIRACUSA
Accensione ore  16.24
Havdalah    ore   17.26
Per le altre località vedi  http://www.myzmanim.com/search.aspx

All'uscita di Shabath si accende l'ottavo ed ultimo lume di Chanukkah.

Parashah Miqqetz: Bereshith 41,1 - 44,17
Haftarah Miqqetz: Melakhim I, 3,15-2



 R
abbi Jehoshua di Sichnin in nome di Rabbi Levi dice: i maghi spiegavano i sogni, ma le loro spie­gazioni non trovavano favorevoli accoglienze. Essi dicevano: "Sette vacche belle, cioè sette figlie tu genererai. Sette vacche brutte, cioè sette figlie tu seppellirai e così: sette spighe belle, cioè sette regni tu conquisterai; sette spighe brutte: sette regni si ribelleranno a te".
E tutto ciò a che scopo? Perché alla fine venisse Giuseppe e si acquistasse un alto rango. Pensò il Santo, Benedetto Egli sia: se Giuseppe viene subito e dà la spiegazione del sogno, non appare il suo merito; gli indovini potrebbero dire a Faraone: - se tu ci avessi interpellati avremmo noi stessi dato la spiegazione - perciò aspettò che loro si stancassero e lasciassero depresso lo spirito di Fa­raone; così venne Giuseppe e lo risollevò (Bereshit Rabbà 89).
In questo midrash appare evidente la differenza fra Giuseppe e la sua capacità di interpre­tare i sogni da una parte e la divinazione operata dai maghi dall'altra. Questo commento è importante perché pone la differenza fra la ciarlataneria divinatoria e mistificatoria praticata da genti idolatre dedite alla magia e il dono della interpretazione di quanto è profetico se­condo un mandato divino.
Nel sogno di Faraone compare il numero sette. Questo è un numero sacro per gli Ebrei, probabilmente il suo valore assoluto risiede nel racconto della creazione in sette giorni.
In seguito i casi in cui il numero sette ritorna sono infiniti. Sette coppie di animali sull'arca, dopo sette giorni le acque del diluvio, sette gli anni di Yaakov presso Labano, sette giorni di cammino da Carran a Galaad, sette volte si prostra a terra davanti al fratello, per sette giorni mangerete azzimi, sette settimane il ʽomer, sette bracci ha la menorah, sette giorni per  purificarsi, sette volte sette gli anni del giubileo, etc… potrei continuare per intere pa­gine. Dunque il numero sette è un numero sacro che spesso si riferisce ad un percorso iniziatico o di elevazione, comunque ad un ciclo che porta al compimento  di un percorso. L'osservanza dello Shabbat  appartiene ai precetti la cui violazione è diretta contro D-o stesso e viene punita con la punizione estrema, come a quell'uomo che raccoglieva la le­gna di Shabbat (Bemidbar 15,32-25). Questa gravità viene rimarcata ancora di più a Pe­sach: "per sette giorni mangerete azzimi. Già dal primo giorno farete sparire il lievito dalle vostre case, perché chiunque mangerà del lievitato dal primo al settimo giorno sarà elimi­nato da Israele".
Dunque possiamo intuire come il sette sia legato per via simbolica ad un tabù che non deve essere infranto. Secondo alcuni commentatori la lettera zain, che è il numero sette, da un punto di vista iconico si ricollega al taglio e alla milah, operazione che si fa all'ottavo giorno, a conclusione appunto di un ciclo.
Effettivamente ancora oggi i bambini israeliani rappresentano la propria sessualità con questa lettera.
Comunque il discorso è complesso e molto articolato e non è questa la sede per appro­fondirlo, spero di avervi dato qualche suggerimento per una riflessione.
Torniamo alla nostra Parashah e a Giuseppe.
Giuseppe era molto bello:
"Quando poi, cavalcando sul cocchio, percorse tutto il territorio egiziano, le ragazze egiziane salivano sulle mura della città e gettavano verso di lui anelli d'oro nella speranza che egli si voltasse ad ammirare la loro bellezza, secondo quanto è detto: "Figlio rigoglioso è Giuseppe... le ragazze salgono sulle mura a vederlo" (Perek R. Eliezer, 39).
Cosicchè dopo aver interpretato i sogni ed essere diventato potente gli viene data in mo­glie Asenath figlia di  Potifera.
Eppure Giuseppe è Ebreo e non potrebbe sposare una straniera, un'idolatra. Curiosa­mente la storia è breve, pare inenarrata, tanto da aver stimolato un'ampia produzione let­teraria colta e popolare, da quella pseudo epigrafica relativa alla narrazione della Torah, a Goethe a Thomas Mann. Scrive Dario Del Corno che nella breve frase "Faraone chiamò Giu­seppe Tsafnath Paneach e gli diede per moglie Aseneth figlia di Potifera sacerdote di On. E Giuseppe partì per visitare il paese d'Egitto" vi è un nucleo intensamente simbolico e narrativo di sapore intuitivamente ca­balistico, e questo spiegherebbe il fiorire di tanta letteratura sul casto e bellissimo Giu­seppe. Tuttavia resta il problema: come poteva Giuseppe accettare il coniugio e i costumi di una straniera? Ecco come un anonimo autore ebreo, presumibilmente del periodo elle­nistico, raccontando la "Storia del bellissimo Giuseppe e della sua sposa Aseneth" risolve il problema; con una struggente lirica che ha il sapore di un atto di conversione:
"Aseneth (rifiutata inizialmente da Giuseppe in quanto idolatra) intese le parole di Giu­seppe e fu presa da grande tristezza e cominciò a sospirare: teneva lo sguardo fisso nel volto di Giuseppe e i suoi occhi si riempirono di lacrime. La vide Giuseppe, ed ebbe grande compassione di lei, perché era dolce e pietoso e timorato di D-o. Levò la mano destra sopra il capo di Aseneth e disse:
                       " Signore, D-o di mio padre Israele,
                        Altissimo, Onnipotente,
                        tu che hai creato l'universo,
                        che chiami dalle tenebre alla luce,
                        e dall'errore alla verità,
                        e dalla morte alla vita,
                        a questa vergine, o Signore,
                        dona tu stesso vita e benedizione.
                        E rinnovala con il tuo spirito,
                        e plasmala di nuovo con la tua mano,
                        e falla rivivere della tua vita,
                        e beva il calice della tua benedizione.
                        Tu l'hai eletta ancor prima della nascita:
                        fa ch'essa entri nel riposo
                        che hai preparato per i tuoi eletti".

Tratto da  Anonimo: Storia del bellissimo Giuseppe e della sua sposa Aseneth. Sellerio, 1983

Con questa toccante richiesta di benedizione vi auguro Shabbat Shalom ve Chag Sameach.

Israel Eliahu
 

lunedì 10 dicembre 2012

INVITO ALLA LETTURA: Massimo D'Azeglio, Gli Ebrei sono uomini!



Nel 1848 Massimo D’Azeglio pubblica, per Lemonnier, un libretto dal titolo che fuor di tautologia pare un sorridente e cristiano atto di coscienza. Gli Ebrei sono uomini è il manifesto apologetico dell’allora pontefice Pio IX. D’Azeglio si serve della questione ebraica romana per esaltare il liberalismo e il “modernismo” di Pio IX che prende atto dopo 19 secoli che forse forse non era propriamente cristiano chiudere gli ebrei nei ghetti e farli uscire solo per sfogare la crudeltà del popolino prendendoli a calci. Ed ecco il sovrano della chiesa cattolica che diventa il restauratore del senso religioso della fratellanza universale rendendo liberi gli Ebrei romani.
Al libello il D’Azeglio antepone questo interrogativo sibillino: per quale motivo dobbiamo amare tutti gli uomini del mondo ancorché fossero Turchi, Ebrei ecc. ecc.? Già, perché se lo saranno chiesto dopo 1847 anni. Così il primo capitolo si dilunga nelle giustificazioni etico-religiose sulle quali si fonda la riforma di Mastai Ferretti.
Comunque sia D’Azeglio, nel secondo capitolo, disamina la storia della persecuzione contro gli Ebrei, riconoscendo alle crociate la responsabilità dei grandi massacri contro gli Ebrei. Nel contempo l’autore riconosce i meriti ebraici nei vari campi del sapere, dalla filosofia all'astronomia, dalla medicina alla matematica.
Si ricorda anche della espulsione degli Ebrei del 1492 e di come patirono i ferri dell’inquisizione coloro che si erano convertiti al cristianesimo per fuggire la miseria dell’esilio.
È fuor di dubbio che l’anelito liberale di D’Azeglio gli consente di confrontare la moderna giurisprudenza inglese e francese che dopo la rivoluzione aveva concesso l’emancipazione alle popolazioni ebraiche, riconoscendo nel contempo le responsabilità di pontefici come Paolo IV che chiuse nei ghetti gli Ebrei.
Nel capitolo successivo D’Azeglio disamina le accuse tradizionali mosse agli Ebrei ritenendo che molte delle persecuzioni fossero in realtà mosse dal nobile intento di portare ad abbracciare alla fede cristiana questo popolo dalla dura cervice.
Comunque sia, l’autore non risparmia di addossare le responsabilità a chi avrebbe dovuto assumersele, se non altro per ammettere che forse forse qualche parrino aveva istigato il popolino con le armi della superstizione contro la popolazione ebraica. Poi ricorda l’accusa del sangue e come questa fosse, nei primi secoli dell’era volgare, addossata agli stessi cristiani.
Comunque il senso del tempo e della storia deve rendere merito a questo eroe risorgimentale di aver affrontato coraggiosamente la questione ebraica contro le diffuse opinioni, proprio in ambito cristiano, che gli Ebrei fossero gli assassini di Cristo.
Purtroppo il coraggio di D’Azeglio si impantana in una mielosa e deamicisiana apologia del papa di Senigallia, il papa delle coraggiose riforme liberali in ambito sociale.
Se mai il buon D’Azeglio avesse potuto leggere quello che 40 anni dopo scriveva “La civiltà cattolica” sarebbe certo rabbrividito, ma di questo parleremo in un’altra occasione.


Ecco un breve estratto dell'opera.

L’emancipazione civile degli Israeliti è stata incominciata e sarà immancabilmente compiuta da quel pontefice che ha saputo cogliere e riunire nella sua mano benedetta tutte le palme della virtù e dalla carità evangelica. Pio IX ha confidato ad una commissione l’esame dei giusti reclami e la cura dei modi atti a rendere loro piena giustizia. Primi effetti di queste disposizioni sono stati la permissione d’allargarsi ne’ rioni adiacenti al Ghetto; con che ne verrà spazio ed agio maggiore a coloro che vi rimangono.
La vergognosa cerimonia del sabato di carnevale in Campidoglio, ed il tributo che v’era annesso, furono l’uno e l’altro aboliti. A questi primi passi terranno dietro certamente tutti gli altri, finché sia completo questo grande atto di giustizia. Un nuovo passo sta intanto per muoversi: l’ammissione degli Israeliti nei ruoli della Guardia Cittadina. Pio IX vi ha dato il suo consenso. Quanto alla pratica sembra s’incontri qualche difficoltà: sembra vi sia il timore, forse non interamente fuor di proposito, che nel rione ove dovrebbero gli Israeliti concorrere al servizio cittadino, non siano del tutto spente le vecchie repulsioni, e possa col contatto fra essi ed i cristiani nascere qualche scandalo .…………………………......................................................
Ripensando il lungo patire di quella sventurata nazione respinta per tanto tempo da tutti i beni e i vantaggi del vivere civile, del quale bensì dovea sostenere raddoppiato ogni peso; ripensando l’ingiusto disprezzo onde fu segno, le dolorose umiliazioni delle quali ebbe a bere il calice sino alla feccia; come non sentire il desiderio, il bisogno di una riparazione pronta ed aperta quanto è possibile?
Come non provare quel senso di rispetto e di premura sollecita che desta una sventura immeritata e sostenuta con longanimità e fortezza?
…………………………………………………................
Pensai fra me stesso quali nobili e preziose soddisfazioni rifiutano e sprecano gli uomini con l’amara e superba pazzia dell’intolleranza e delle persecuzioni! E qual fonte di gioie, di felicità, di profitti scambievole potrebbero all’opposto trovare nel rispetto dei diritti di tutti, nell’onorarsi e amarsi gli uni con gli altri.
Ma se questa via la civiltà cristiana l’aveva in parte smarrita; se purtroppo in molte parti ed in molti casi professando una dottrina in parole la rinnegava nei fatti; e chiudendo gli occhi all’eterno sole della giustizia e della verità, concludeva invece ed operava a norma dell’errore e della iniquità: ora Iddio pietoso delle sue creature, ci ha mandato chi ci rimetta su un buon cammino e ci sia guida e sostegno onde non smarrirlo per l’avvenire.

martedì 4 dicembre 2012

SHABBATH 24 KISLEV 5773 / 7-8 DICEMBRE 2012


Boris Dubrov: Festa di Channukka, 2006

ORARI DI SIRACUSA
Accensione ore  16.23
Havdalah    ore   17.25
Per le altre località vedi  http://www.myzmanim.com/search.aspx
All'uscita di Shabbath si accende il primo lume di Chanukkah.

Parashah Vayeshev: Bereshith 37 - 40
Haftarah Vayeshev: ʽAmos 2,6 - 3,8


L’
approccio ermeneutico alla Torah differenzia l'ebraismo da altre antiche concezioni assolute e sacrali dove viene chiesto alla ragione di abdicare senza riserve. Si pensi alla religione dell'I­slam, per la quale Dio è intervenuto solo nella mente del profeta e ha determinato una immu­tabilità nella storia senza intervenire.
Nell'Ebraismo D-o è anche teofania, a volte angelica, miracolistica, interviene nella storia, co­struisce con gli uomini una storia, nel paradosso dell'infinita distanza di D-o e della completa vicinanza della parola che da Lui deriva (Devarim 29,28; 30,11-14). 
La Parola nella sua autorevolezza esige di essere eseguita ma anche interpretata. Solo così la storia nelle sue dinamiche si disvela dipanandosi. La Torah, be ruach qodesh, si rivela in una dimensione  di progressione temporale che nell'apparente immutabilità della sacralità del te­sto contiene il germe dello sviluppo e della contemporaneità. A volte è la dinamica umana, so­ciale degli uomini, il loro percorso nella storia che richiede una ermeneutica che la anima, che la connette alla parola divina fuori dalla letterarietà statuaria della scrittura. Accanto alla To­rah she bi ktav si manifesta la Torah she be al peh, la Torah orale.
Rabbi Jonah ben Abraham (secolo XIII) dice - È scritto ”ti darò due tavole di pietra, la Torah e la Mitzvah” (Shemoth 24,12). La Torah si riferisce alla Torah scritta e la Mitzvah alla Torah orale. -
(Per approfondire vedi Piero Stefani: Testo e commento, in Ebrei moderni identità e stereotipi culturali. Bollati Boringhieri  1989)
A volte nel disegno Divino e nella sua interazione con il percorso degli uomini paiono però na­scere alcune almeno apparenti discrepanze nelle dinamiche della storia del popolo d'Israele. È il caso della storia dei primi nostri Patriarchi, benedetta la loro memoria, e di uno dei principi della Torah orale e scritta: la primogenitura. Questa è la consacrazione a Dio, in segno di culto e di lode, del primo figlio ”Il primogenito dei tuoi figli lo darai a me” (Shemoth 22,28). Il primo­genito era l'erede del padre, da una parte di carattere spirituale, tanto che interveniva la benedizione paterna, dall'altra per l'eredità materiale.
Questo diritto, che oggi la moderna giurisprudenza rigetta, è sempre stato presente nelle cul­ture di ogni tempo fino ad arrivare nel diritto normanno in Sicilia ad essere esteso anche alle donne. Non così nell'antico popolo ebraico dove era una prerogativa maschile. Il bekhor è an­che simbolo dinastico ma poteva per volere del padre o per sua propria determinazione ven­dere la primogenitura al fratello.
Scrive Roberto Colombo in un articolo pubblicato su Morashà e di cui vi consiglio l' intera let­tura al link di seguito :
“L’importanza del bekhòr, almeno durante il periodo dei patriarchi, era direttamente propor­zionale alla sua disponibilità e capacità di operare per il bene della società e della sua famiglia in particolare. A lui, assieme al padre, spettava il compito di aiutare materialmente i fratelli e di essere per essi un esempio anche di moralità. Perciò chi non era in grado di adempiere ai compiti che la tradizione gli assegnava poteva vendere, donare o perdere per volere del padre la propria primogenitura a favore di uno tra i suoi fratelli (Gen. 25°, 31-32.; Gen. 48°, 14). Esse­re un bekhòr, dunque, non era solo un onore ma anche un onere che veniva e viene tutt’oggi ricompensato con una eredità doppia rispetto a quella destinata ai fratelli. Ma il compito più importante assegnato al primogenito fin dai tempi di Avrahàm fu sicuramente quello di esercitare il culto sacerdotale (Ber. Rabbà 63°, 18), funzione questa che si protrasse fino a che passò di diritto ai Leviti discendenti di Aharòn (Num. 30°, 3)”.
Eppure nella storia ebraica, e dei primi Padri questo diritto pare non essere sancito dagli acca­dimenti. Anzi saranno proprio i figli minori a volte i preferiti, a tracciare storie e dinastie: si può parlare di primogenitura spirituale nei casi di Isacco, rispetto a Ismaele, di Giacobbe ri­spetto ad Esaù e di Giuseppe rispetto agli altri fratelli.
Per comprendere queste scelte non ci si può appellare alla diversa discendenza da parte di madre. La Torà richiede una maggiore sacralità ai primogeniti da parte di madre rispetto ai primogeniti da parte di padre.
Vigeva una norma consuetudinaria anti poligamica già dalle civiltà sumeriche che solo con una ditilla (decisione giudiziaria) consentiva facoltà di un nuovo matrimonio solo in un caso specifico: se colpita da malattia la moglie poteva consentire al marito una seconda moglie in pari grado evitando così un divorzio che pure le sarebbe spettato di diritto.
Nel caso di Giacobbe c'è un'anomalia. La poligamia non cercata viene accettata come il male minore.
Possiamo dire che l'ordinamento giuridico dell'antico Israele, come per molti altri popoli del medioriente, non toglieva in assoluto al marito la facoltà di praticare la poligamia o la poligi­nia, ma tollerava questa prassi entro certi limiti e necessità.
Dunque la determinazione della storia e degli eventi che ne seguiranno da parte di figli mino­ri e che relegano la primogenitura a figure di secondo piano, seppur attanti negli sviluppi degli accadimenti, proprio perché costante nella prima parte della storia di Israele, sembra suggeri­re un disegno i cui contorni forse a noi non sono chiari ma lo sono nella mente di D-o.
Shabbat shalom
Israel Eliahu
 

lunedì 3 dicembre 2012

UMORISMO


 Boris Dubrov, Gioia nel villaggio, 2009

Shmuel era un uomo molto intraprendente, disposto alle avventure e aperto ai cambiamenti. Un giorno venne a sapere da un mercante di passaggio che in un lontano paese non conoscevano le cipolle. Ne rimase stupefatto: com’era possibile che non le conoscessero, che potessero cucinare senza quel delizioso ingrediente? Immediatamente almanaccò un progetto, ci avrebbe pensato lui a diffonderne l’uso. Acquistò un immenso sacco di cipolle e partì senza esitazioni per quello sperduto paese. Dopo qualche mese di viaggio finalmente giunse a destinazione e si diresse subito al palazzo reale dove chiese un’udienza al Re in persona. “Vostra Maestà” cominciò impavido “Vi ho portato una cosa di cui Voi ignorate l’esistenza: si tratta di una verdura straordinaria che si accompagna con tutti i cibi, di una deliziosa bontà. Desidero solo farvela assaggiare”.
“Mostraci dunque questa meraviglia” rispose il monarca “Ma attento! Se non sarà come dici, la tua impudenza ti costerà molto cara!”
Il Re riunì tutte le personalità del reame per assaggiare la novità. Shmuel distribuì le cipolle e l’entusiasmo fu unanime. Il sovrano pagò l’intero carico di cipolle a peso d’oro e Shmuel fece ritorno al suo Shtetl ricco e felice, accolto come un eroe. Il racconto che Shmuel fece al suo ritorno colpì profondamente la fantasia e la bramosia di Schlomo, uomo avido e geloso, che fece questa riflessione: se non conoscevano le cipolle, sicuramente non conoscono nemmeno l’aglio.
E che cosa c’era di più delizioso dell’aglio? Se in quel lontano paese avevano pagato a peso d’oro le cipolle, cosa avrebbero mai dato per l’aglio?!
Shlomo mise sul suo carro grandi sacchi del prezioso carico e partì a sua volta verso quella remota destinazione.
Giunto laggiù, chiese udienza al Re, gli mostrò il prezioso bulbo e lo fece assaggiare ai notabili. La corte, anche in questo caso dimostrò un immenso entusiasmo, anzi, un vero e proprio delirio.
Il Re riunì i suoi ministri per decidere come remunerare il nobile straniero per il suo meraviglioso aglio: l’oro non era abbastanza per ricompensare questo cibo degno degli angeli dell’Eterno.
Che cosa poteva esistere di ancora più prezioso in tutto il Reame???
Ma certo, la decisione fu presa: le cipolle di Shmuel!!!

Tratto da M. A. Ouaknin - D. Rotnemer: Così giovane e già ebreo.  Piemme 1998