giovedì 2 gennaio 2014

SHABBATH 3 Shvat / 3-4 Gennaio 2014 - BO

Pagina dal trattato Avoda Zara


ORARI DI SIRACUSA
ore 16.36 - 17.38
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PARASHAH BO: Shemoth X, 1 - XIII, 16
HAFTARAH: Yeshaʽyahu XVII, 7 - XIX, 25

Shalom a tutti.
La prima individuazione di diversità, dell’essere stranieri si ha con la Torre di Babele. Le interpretazioni non sono certo univoche. Un Midrash legge come punitiva la frammentazione in tante lingue (implica diversità di etnie e specie) e asserisce che i costruttori, nella loro verticalizzazione avevano perso il senso della costruzione con le pietre ma avevano acquisito quello della sfida prometeica dei fabbricanti di mattoni. Dunque la diversità come confusione, come punizione.
Furio Biagini invece scrive: A innalzare la Torre c’era un unico popolo, non una moltitudine di nazioni, ed è proprio per questa assenza di relazione ad altro che si manifesta l’intervento divino, per impedire alla pretesa del singolo di realizzarsi. Il Signore confonde le lingue e disperde gli uomini che diventano tutti reciprocamente stranieri, nascono le identità sociali, culturali ed etniche. Improvvisamente tutti sono stranieri gli uni agli altri. Il fallimento della torre di Babele rappresenta una possibilità per l’umanità. Dispersi, differenti nei luoghi e nelle lingue, gli uomini cessano di essere una massa indifferente”.
Rav Della Rocca scrive Con Abraham la cultura Ebraica diventa l’antitesi della cultura della Torre di Babele, ponendosi come cultura della diversità, della alterità attraverso un modello di orrizzontalità che è la dialettica (la parola)… Il dialogo di Babele è impossibile … mancano i concetti di alterità e interazione. In questo contesto Abraham è il primo Ivrì, nel senso letterale del termine (ivrì significa dall’altra parte) … afferma la letteratura rabbinica: il mondo era da una parte e lui dall’altra”.
L’uscita dall’Egitto è un avvenimento collettivo che non vede coinvolti solo gli Ebrei, ma una moltitudine mista, ʽerev rav, (Rashì, un miscuglio di popolazioni straniere) di Egiziani che si erano uniti all’Esodo - scrive Dante Lattes - folle di persone malcontente della condizione in cui si trovavano nella loro terra natale e che tentavano la sorte in un altro clima, aderendo alla nazione ebraica con la quale si trovavano già in buoni rapporti, oppure, escludendo qualunque atto di proselitismo, erano schiere di persone imparentate da tempo con le famiglie ebree di cui avevano sposato i figli e le figlie, e quindi erano membri o prodotti di matrimoni misti e di assimilazione chiamati col nome di erev poiché il verbo arav nella coniugazione riflessiva è usato anche per indicare le unioni contratte con gente straniera (Tehillim CVI, 35; Ezra IX, 2).
Ed anche molti stranieri, duecentoquarantamila, uscirono ed anche greggi ed armenti (Targum Yonatan Esodo XII, 38).
Anche lo ʽerev rav salì dall’Egitto: Essi erano miscugli di Egiziani e di altri popoli che si erano mischiati a loro e si erano aggiunti a loro pur non essendo figli di Israele (Abravanel, Shemoth XII).     
Sembra che questo fosse il premio dell’esilio, come è scritto: “Israele non fu redento se non quando si aggiunsero ad esso gli stranieri”. Quindi insieme con gli Ebrei che uscirono dall’Egitto fece uscire anche lo ʽerev rav. Liberarono tutti. E questo è il riferimento “Ed amerete lo straniero perché siete stati stranieri in terra d’Egitto” (Sfat Emet, Parashat Itrò).
Cerchiamo di capire allora quali sono le categorie di Gente straniera secondo la legge ebraica.
“Una stessa legge varrà per il cittadino, ezrach, e per lo straniero, gher, dimorante in mezzo a voi” (Shemoth XII, 49).
L’aggancio con la nostra Parashah Bo è evidente non solo per quanto detto precedentemente, ma anche perché mentre le azzime erano il pane per l’intera comunità ebraica, cittadini o forestieri (oggi solo l’afikomen non viene data ai gherim) l’offerta ed il consumo dell’agnello era riservata ai circoncisi, mentre lo straniero (ben nekar o gher), lo schiavo (eved), l’avventizio (thoshav), il mercenario (sakhir) essendo incirconcisi non potevano mangiarne (Lattes).
Sostanzialmente tre gruppi o accezioni concettuali diverse:
Zar straniero che abita fuori di Israele, un altro popolo. Sentimento di paura, diffidenza, inimicizia. Dallo stesso termine ʽavodah zara: lavoro, culto estraneo, straniero. Ovvero idolatria. Il rischio di frequentazione e coniugio con popoli diversi comporta il rischio di idolatria.
Sar nemico da cui ci si deve difendere. Memoria degli Amaleciti.
Secondo alcuni commentatori proprio perché dall’Egitto uscirono anche altre popolazioni e schiavi egiziani il popolo fu indotto alla costruzione del vitello d’oro, divinità idolatra che proviene dal bue api o comunque da deità di popolazioni non ebree.
Ora è attraverso il coniugio, le relazioni sessuali, il matrimonio misto che il rischio di assumere comportamenti idolatri si fa più pressante.
Nella Parashà Balac si narra di quando Israele stette in Scittim e il popolo, maschile evidentemente, cominciò a fornicare con le figlie di Moav. Le quali attraverso i rapporti sessuali inducevano gli Ebrei a fare sacrifici e a prostrarsi ai loro idoli. Israel si congiunse al Baʽal Peʽor e l’ira del Signore si accese contro Israel. Il Signore condanna a morte tutti coloro che si erano resi empi. Solo quando Pinechas trafigge con la lancia un Ebreo che si stava congiungendo ad una Midianita si arresta la carnficina, ma i morti di quella strage sono 24.000. (Bemidbar XXV, 1-9 Parashà Balac).
Nekar (nokri nella forma oggettivale) lo straniero di passaggio e il figlio nato sul territorio ebraico, il viaggiatore, il viandante. Non c’è più timore ma solo una diffidenza di estraneità. Anche una diversa normativa dottrinale e legale. Ad esempio si possono dare al nekar le bestie morte di morte naturale vietate agli Ebrei per ragioni di impurità rituale: “Non mangerete alcuna bestia morta di morte naturale; la darete al forestiero che risiede nella tua città o la venderete a qualche straniero” (Devarim XIV, 20). In generale la regola di base è quella dell’ospitalità. Vedi Abraham con i tre angeli o Lot con i viandanti (angeli anch’essi).
Gher lo straniero che risiede in mezzo al popolo per nascita o che risiede stabilmente fra gli Ebrei.
Generalmente si possono distinguere in gher zedeq quando la persona aveva aderito alla nazione ebraica con la circoncisione oppure gher toshav quando era solo noachide.
Con il termine Toshav (inquilino) secondo Lattes si indicava il Cananeo rimasto nel paese dopo la conquista ebraica.
Sakhir era l’operaio non ebreo che lavorava generalmente nelle proprietà rurali.
ʽEved era lo schiavo, pure straniero acquistato (miqnath kesef) o nato da genitori schiavi nella casa del padrone (ben baith oppure jelid baith).
Anche Ruth era una ghioret che si convertirà all’Ebraismo, ma dalla sua stirpe nascerà il Re David e dunque il Mashiac. Moshè stesso dimora presso i midianiti e le sue stesse origini per quanto ebraiche si confondono, così come il nome, con quelle egiziane.
Così come Abraham nel suo essere nomade portava in sé il gene della alterità, dell’altra parte, quella dello straniero: “Io sono forestiero e di passaggio in mezzo a voi. Datemi la proprietà di un sepolcro in mezzo a voi perché io possa portare via la salma e seppellirla (Bereshith XXIII, 4).
Moshè chiamò suo figlio Ghershom perché “abito in terra straniera” (Shemoth II, 22).
Il Gher gode di ampia protezione giuridica.
Non molesterai il forestiero perché voi siete stati forestieri nella terra d’Egitto.
La memoria del vissuto in terra straniera come educazione alla tolleranza.
Avrete una stessa legge tanto per lo straniero quanto per il nativo del paese (Vaykra XXIV, 22).
Vi sarà una sola legge per tutta la comunità, per voi e per lo straniero che soggiorna in mezzo a voi; sarà una legge perenne, di generazione in generazione; come siete voi così sarà lo straniero davanti al Signore. Ci sarà una stessa legge e uno stesso diritto per voi e per lo straniero che soggiorna da voi (Bemidbar XV, 15-16).
Maledetto chi calpesta il diritto dello straniero dell’orfano della vedova (Devarim XXVII, 19; Zekharyah VII, 10).
I gherim partecipano alla vita del popolo e della comunità. Ne fa testo il fatto che vengono giudicati con le stesse leggi. Anche a loro e ai nokrim viene fra l’altro riconosciuto il diritto di asilo nelle città rifugio, dove potevano essere al riparo dalle vendette dei parenti delle vittime (Bemidbar XXXV, 15).
Anche il riposo di Shabbat era obbligo per i forestieri e gli ospiti, gli schiavi e gli stessi animali (Devarim V, 14-15). 
In sintesi possiamo ribadire che la legge del Signore è universale e che gli stranieri potevano godere di pari libertà e diritto ad una giustizia equa ed egalitaria.
Lo spirito della legge è sostanzialmente quello che noi oggi chiameremmo quello di uno stato sociale, lo stesso che è sancito dalla legge di Israele.
Israele è uno stato multietnico, multireligioso e interconfessionale, poliglotta. Oltre agli Ebrei immigrati da ogni parte del mondo, dalla Russia all’Etiopia all’Iraq all’Italia, dallo Yemen alla Siria e che hanno mantenuto tradizioni, cibi e anche lingue come il curdo, lo yemenita, il persiano, l’indi, il cinese, lo yddish,  ci sono anche gli Arabi, dunque oltre agli Islamici i Drusi, i Cattolici, i Greco Ortodossi, i Malachiti e Bahai ma anche i Circassi (pensate che scrivono con quattro alfabeti e dunque caratteri diversi, latini, ebraici, arabi e cirillici) e i Beduini.
Noi siamo stati stranieri in Egitto, in Babilonia, ed ora lo siamo da circa 2000 anni dopo la dispersione in Diaspora. Perduti in terre spesso ostili.
Chiusi in coagulati umani a difendere la nostra identità. Quello che è stato ritenuto segno di ostilità era ed è ancora semplicemente la volontà di sopravvivere a noi stessi con l’integrità della tradizione, con la nostra fede le nostre costumanze proprio per evitare pulsioni di assimilazione, progressivi assorbimenti. Perché il giudizio divino sulla promisquità è quello di ʽavodah  zara, di idolatria, di avvicinarsi a costumanze e credenze non conformi alla nostra. Noi abbiamo sempre tessuto l’elogio della diversità. Non ci interessa la condivisione in materia religiosa quando questa comporta la perdita del nostro essere soggetti dell’ebraismo.
Se siamo ancora qui, unico popolo sopravvissuto ai millenni, lo dobbiamo proprio a questi meccanismi di difesa. Questo non vuole dire autoescludersi dalla società civile, né accettare quello stato che un pessimo vocabolo indica come tolleranza. Tollerare è una forma di sopportazione, permettere benevolmente qualcosa di negativo (o che si considera tale) dall'alto di una superiorità che consentirebbe di impedirlo.
Abbiamo sempre chiesto di essere diversi con pari diritti poiché nostra regola è
Dina de malkhutà dinà: la legge del regno, dello stato è legge. Noi non dobbiamo imporre le nostre regole a nessuno né intendiamo condizionare altri comportamenti in nostra funzione. Anzi, la legge dello stato nel quale viviamo, che ci ospita è la legge alla quale noi sottostiamo, fermo restando che debbono essere garantiti i principi basilari della Torah. I nostri tribunali sottostanno alla legge dello stato, non intendono sostituirsi ad essa.
Certo anche la modernità crea casi difficili e spesso ingiustificati. Ad esempio, in alcuni stati si è posto il problema della Milah, la circoncisione, equiparandola alle mutilazioni genitali di altre culture, spesso tribali. Si chiede agli Ebrei di rinunciare al principio primo dell’alleanza del Patriarca Avraham con haShem, in nome di una scelta cosciente che solo un adulto può fare. Questo naturalmente sarebbe un limite che travalica il nostro sentimento religioso. Senza tener conto che la circoncisione, come pratica sanitaria, viene praticata, oltre che dal mondo islamico, anche da molti non ebrei. D’altronde per noi ha valore l’atto che rimanda al brit milah e non è negoziabile.
Nell’antichità, in epoca romana il brit milah, il patto con Abraham, la circoncisione creava molto sospetto e costernazione poiché il simbolismo era complesso in riferimento ad una circoncisione dell’anima e del cuore (vedi Paolo di Tarso) e metteva in gioco paura inconscia e minaccia di castrazione.
Un caso simile è avvenuto per la macellazione rituale, shechitah. In nome del relativismo culturale si accettano sottomissioni psicologiche e violazioni di importanti diritti umani ma si protesta contro una pratica che è frutto del rispetto per gli animali, regolata da una normativa di purità che garantisce praticamente nessuna sofferenza e dignità agli animali che vengono macellati per nutrizione umana. Per diventare shochet oltre ad avere un profilo professionale elevatissimo, è necessario studiare halachah, essere puri ed osservanti, perché nella Torah il rispetto per gli animali è sacrale.
Nel passato ci è stato chiesto di rinunciare alla nostra peculiarità con l’assimilazione in cambio delle concessioni dei diritti civili e politici ma siamo ancora qui, sopravvissuti a tutti gli odi e a tutte le negazioni del nostro essere popolo.
Shabbath shalom
Israel Eliahu

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