mercoledì 1 maggio 2013

Racconto: L'OMBRA DI PIPERNO di Israel Eliahu




Alois Heinrich Priechenfried: Rabbino seduto

 

Israele Piperno camminava volentieri lungo il muro che costeggiava il giardino della grande villa;
il sole si insinuava fra le vecchie pietre,  rimandando un tepore gentile, che confortava quel suo incedere lento, dolorante come una cantilena. Ogni mattina contava i passi sull’acciottolato; conosceva le pietre una ad una, i muschi fragranti, le macchie verdastre del salnitro, il rosso di qualche mattone che costellava, di tanto in tanto, il vecchio travertino; una geografia tinta di magia,  un atlante sognato, un mondo nel quale, se non altro, poteva riconoscere i lunghi viaggi mai compiuti, gli oceani solcati nei giochi dell’infanzia, l’oltremare verso le cui terre  tutti i suoi fratelli erano un giorno partiti e da dove non avevano mai fatto ritorno. Ad una pietra, più bella delle altre, per colore e sfaccettature come una gemma d’oro e d’azzurro, aveva riconosciuto il nome di Gerusalemme ed ogni giorno la carezzava mormorando leshanà haba’à bYrushalaym.
La cinta nascondeva il grande parco, svettavano le braccia ossute degli alberi in inverno, parevano arrampicarsi per fuggire altrove, fuggire da quella silenziosa prigionia. Il palazzo era abbandonato a sé stesso e alle ingiurie del tempo, il giardino incolto. I signori che lo avevano abitato erano partiti una notte di alcuni anni prima, in grande segreto. Nessuno aveva mai saputo cosa fosse accaduto. Si era mormorato allora, di una terribile disgrazia, o una fuga oltre confine, per una grave minaccia.  Israele non aveva mai avuto curiosità di guardare al di là del muro, oltre la siepe di biancospino  perché, l’avesse fatto, la sua cosmografia personale si sarebbe accartocciata trascinando con sé quell’universo fantastico.
Un giorno di ottobre nel millenovecentotrentotto, Israele si fermò davanti alla sua Gerusalemme e dopo una breve preghiera pensò che era davvero troppo vecchio per partire, era troppo solo, e che  quel viaggio avrebbe dovuto farlo in gioventù, quando alcuni conoscenti lasciarono Roma per Eretz Israel. Non ne aveva mai avuto notizia.  Anche il Rabbino non sapeva che dire, non restava che sperare per il bene loro e per la terra lontana degli Ebrei. Ormai tutti i ricordi si dilavavano come acquerelli su carte leggere, in trasparenze opaline. Anche gli occhi ormai lo stavano abbandonando, il suo mondo era confuso in immagini evanescenti, diafane, incerte. Conosceva i suoi passi perché ogni giorno si recava in Sinagoga. Non aveva bisogno di leggere il Siddur  poiché conosceva le tefillot  a memoria, o meglio vivevano lì, insieme a lui, nascoste fra le pieghe della sua pelle, abitavano nella barba e sotto il cappello. La preghiera aveva scandito i tempi delle sue giornate sin dall’infanzia. Ricordava anche il Seder di Pesach a memoria, ma da molti anni nessuno lo ascoltava, le sedie erano vuote, la tavola disadorna e  le canzoni dei bambini solo echi lontani, confusi fra le tante voci del suo passato.
Guardò la sua bella città celeste e verde, tinta d’oro e di luce che il sole rimandava in mille cristalli di resine odorose. “ Ah l’anno prossimo …”.  Gli occhi si bagnarono di tenerezza. Guardò la sua ombra sul muro, sembrava uno spauracchio cui nemmeno i passeri davano più compagnia. Povero vecchio, commosso davanti alla sagoma di sé stesso. Guai a sopravvivere, si finisce così, soli, i vestiti consunti  dacché non val pena sperperare per così poco, aspettando che l’Altissimo ci chiami a rendere conto dell’aver vissuto. Però ci si dà pace, senza guardare lontano. Israele sospirò e si apprestò a ricominciare il cammino. Toccò la pietra un’ultima volta e vide allora che vicino alla sua ombra ce n’era un’altra; si voltò dunque per vedere chi fosse, ma non vide nessuno. Rannicchiò l’anima per l’inaspettata scomparsa dell’occasionale compagno di strada. Dunque andava di fretta e avrà per certo pensato il male di un vecchio che parla ai muri. Riprese il passo ma s’avvide che la sua ombra non era sola, un’altra la seguiva; l’ombra di un uomo. Si voltò Israele, nessuno! Così  risolse, con discrezione ed un po’ di vergogna, di chiedere all’ombra.
         – Siete dunque uno spirito,  signore, o uno spettro della mente? Questo succede a fingersi il cosmo,  negli arabeschi dipinti dalle muffe sulle pietre ? –
         – No, siate certo. Io sono l’ombra del Barone che abitò questa villa  
         – E come potete voi, un’ombra, parlare? – Chiese il vecchio Ebreo – e avere una vita vostra, disancorata dal corpo? Di che vivete, di che si nutrono le ombre?

          – Vedete – rispose   il Barone fuggì  in grande fretta, lasciando qui, a vegliare sulla casa, gli arredi, i dipinti, gli strumenti per musica, l’intera biblioteca ed anche me, confuso nel buio della notte  
Piperno non si spaventò certo, da molti anni discorreva con le ombre che popolavano i suoi ricordi, ma questa non faceva parte della sua vita, ignorava persino che quella fosse una villa Baronale. Pensò – Per fortuna non ho nessuno a cui raccontare questa bizzarria,  lo stesso Rav mi canzonerebbe come un vecchio in delirio .
          – Dunque Signore, buona giornata,  proseguo il mio camminare, prima che passi l’ora – e seguì i suoi passi lungo il vecchio muro, senza voltarsi.
           – A domani, mio buon amico –
Che dire? Certo il caso era curioso, e lo stesso Israele pensò che se per qualche sortilegio, la sorte avesse scelto lui per stupire gli umani, avrebbe per certo sbagliato il bersaglio della sua freccia. Quante ombre già popolavano le sue giornate e discorrevano con lui davanti al povero fuoco della sua casa, o venivano di notte, quando si raggomitolava su un giaciglio di granturco, per tenere  bordone ai suoi pensieri. Spesso dall’aldilà  veniva a trovarlo un vecchio Rabbino in cui Israele, in gioventù, aveva confidato per proseguire gli studi. Era morto ormai da almeno quarant’anni, eppure ancora gli chiariva alcuni passi del Talmud che riteneva particolarmente sapienziali. Ognuna di queste ombre, ben lo sapeva, era  stracciata dalla sua memoria, si figurava perché ne sapeva ricordare il profilo, la voce; ma costui, che si avventurava solitario nel giorno, all’offesa della luce, era uno sconosciuto; e parlava con voce stentorea, non già sussurrando all’orecchio, com’è costume delle ombre. – Potrebbe essere un Dybbuk – pensò Israele – fuggito a qualche ossame nella sabbia santa, tanto vicina che si vedono gli alberi del 
viale –
Prima di girare l’angolo che a fine della strada apriva sulla piazzetta dove si affacciava la Sinagoga, Israele si voltò ma, poiché non vide alcuno, si rasserenò pensando ad un abbaglio della solitudine e si confortò al pensiero che nessuno avesse veduto quel vecchio con la barba arruffata rivolgersi, seppur sommessamente, al nulla.
In altri tempi si sarebbe certo rifugiato sui libri per risolvere questo mistero autunnale, ma ormai non c’era alcunché che potesse turbare il suo modesto riflettere sul mondo e la sua pace. Il Santo Benedetto aveva creato le cose visibili, ma anche quelle invisibili agli occhi degli uomini.  Doveva dunque farsi grande meraviglia dell’ombra dimenticata da un goy?
Il giorno seguente non si stupì affatto di ritrovare l’ombra del Barone. Era una giornata serena.
Per la verità Israele accennò appena un saluto curvando leggermente la schiena, ma l’altro gli si fece incontro con familiarità inusuale.
           – Avreste bisogno di una palandrana nuova, la vostra è consunta e rabberciata. Il vostro   cappello non ha forma, e fatevi una buona volta la barba. Sentite, il Barone ha lasciato gli abiti nella villa, sono nuovi e di stoffe pregiate. Ci sono decine di cappelli di fogge svariate, scarpe appena calzate ad un ballo. Seguitemi dunque e potrete vestirvi di nuovo e di panni caldi –
Il vecchio disse che lui non aveva altre necessità se non quella di terminare il suo cammino verso il Bet haKneset, in pace e senza preoccuparsi degli abiti che, per certo, non interessavano a Kadosh BarukhHu. Dunque per quanto apprezzasse la gentilezza doveva rifiutare l’inaspettato invito.
– Potrebbero oltremodo confondermi con un ladro. Che potreste dire voi a mia discolpa ? Vi figurate la scena ch’io chiamo a testimonio qualcuno che a stento si palesa in uno spicchio di luce? –
      – Senti vecchio  – cambiò tono alle sue parole – Sono tempi bui questi. Il mondo sta    precipitando in un abisso informe e senza luce. Sai che sarà di te? Diventerai preda alla ferocia di altri uomini.  Ti perseguiteranno per gli abiti che porti. Taglieranno la tua barba e i cernecchi. Rimarrà di te un corpo nudo e piagato. Nessuno ti cercherà, ombra fra le ombre. Cambia questi abiti, chi potrà riconoscerti ? Affrettati, già partono i treni, Piperno –
          – Piperno ! mi conoscete allora , questi sono io – mormorò Israele –  Dunque chi volete che si preoccupi di me. Sappiate che il mondo mi ha già dimenticato da molto tempo – e salutò con deferenza riprendendo il cammino.

Certamente le parole, amare come la profezia di Amos, inquietarono il vecchio Israele, ma più d’altro gli sovvenne che non aveva scarpe per l’inverno e quelle che portava avevano le suole bucate, non tenevano più la pioggia né il freddo. Che male ci sarebbe stato ad accettare un piccolo dono, per altro non richiesto?
Il giorno seguente qualcosa era cambiato. Un cielo cupo e basso soffiava sulle foglie secche dei platani facendole turbinare in mulinelli sonanti. Quando Israele arrivò a Gerusalemme si avvide che l’impalpabile compagno dei giorni precedenti non c’era. – Hinnè, ed ora che farò? Dovrò forse passare l’inverno senza nemmeno un paio di scarpe calde e con questo vecchio pastrano?  Ah sono stato ben ingannato, povero me. Se ne è andato quel goy, con i miei vestiti nuovi e, soprattutto, con le mie scarpe!! Un Dybbuk malevolo mi ha sbertucciato –
Con il vento gelido che saliva dal viale aveva di che lagnarsi. Tornò  brevemente sui suoi passi per accertarsi che il portone della villa fosse davvero chiuso. Nessuno. Accarezzò ancora la sua pietra azzurrata.  – Povero me – piagnucolò – che accadrà, che avrà voluto dire l’ombra? Quali sono le tenebre che si addensano all’orizzonte?  Può esserci dunque una vita più tetra di questa mia? Esiste un vivere peggiore di questa solitudine, di questo andare e venire lungo un muro di sogni e di
ricordi? – Il vento parve aver ascoltato le parole di Israele, soffiò sulle nubi e un sole malaticcio disegnò di nuovo le ombre contro il muro; il vecchio si delineò nel suo profilo stanco. Fu allora che vide distintamente la sua ombra distaccarsi da lui, cavalcare la cinta con l’allegrezza di un bambino e scomparire nel grande giardino, al frusciare delle siepi.
Quando le guardie trovarono il corpo di Israele Piperno, morto sulle sue gambe, afferrato ad una pietra stellata, dissero che, in fondo,  si era risparmiato una fine peggiore.


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