martedì 7 maggio 2013

SHABBATH 2 SIVAN 5773 / 10-11 maggio 2013

Dennis Bacchus: Havdalah

ORARI DI SIRACUSA
Accensione  ore  19.30
Havdalah             20.40
Per le altre località vedi  http://www.myzmanim.com/search.aspx

PARASHAH BEMIDBAR: Bemidbar 1,1 - 4,20
HAVDALAH: Hoshea 2, 1-22

Shalom a tutti.
Questo Shabbat in Bemidbar 3,11-13 leggeremo:
“Il Signore parlò a Moshè dicendo così: Ecco, ti ho preso i Leviti di mezzo ai figli di Israele in cambio di ogni primogenito (Bekhor) che apre la matrice tra i figli di Israele. I Leviti saranno miei perché è mio ogni primogenito; dal giorno in cui colpii ogni primogenito nella terra d’Egitto, consacrai a Me ogni primogenito in Israele; da uomo a bestia apparterranno a Me, a Me che sono il Signore”.
I Leviti, discendenti di Aharon, erano gli unici rimasti fedeli a Moshè durante l’assenza di 40 giorni sul Sinai e non avevano partecipato alla fusione idolatra del vitello d’oro. Per questo motivo D-o tolse ai Bekhorim la prerogativa sacerdotale destinando ad essa i Leviti.
Fin dall’antichità ed anche nelle antiche civiltà semitiche, il primogenito era stato considerato una figura sacrale, matrice e simbolo di ogni successione dinastica, depositario di ogni eredità familiare, portatore di qualità sovrannaturali e magiche che potevano intervenire sulle dinamiche della storia, nelle malattie, nella sterilità, proprio in virtù di essere testimonianza vivente del principio di fertilità.
Poiché si riteneva che potesse intercedere anche con le forze delle tenebre, della vita altrove, e che potesse intercedere per la salvezza dei viventi nel regno dei morti, in alcuni riti di antiche civiltà veniva immolato agli dei; in alcuni riti religiosi e tribali ancora oggi sopravvive il costume di passare fra le fiamme il bambino in memoria ancestrale di questi olocausti.
Non certo nella tradizione Ebraica.
Il Bekhor prima della nominazione dei Leviti, aveva riconosciuti secondo i dettami della Torah ruoli di responsabilità familiare e soprattutto quello di esercitare il compito sacerdotale, poiché è scritto: “Il primogenito dei tuoi figli darai a me” (Shemot 22, 28) dunque proprietà del Signore. Questo ruolo comportava responsabilità e veniva corrisposto con una eredità doppia rispetto ai fratelli. Il patrimonio paterno, che era quello familiare, non doveva correre il rischio di passare in mano di estranei per cui la normativa di successione era molto rigida. Doveva essere diviso tra i figli maschi legittimi, o fra le figlie in mancanza di quelli e successivamente ai fratelli paterni. La necessità era quella di non frazionare per quanto possibile il patrimonio familiare e comunque di destinare a chi avesse assunto più potere, come il Bekhor, in quanto depositario delle tradizioni familiari e presumibilmente colui che partecipava al consiglio degli anziani, la maggior consistenza dell’eredità.
Tuttavia è necessario che ci soffermiamo su un aspetto: quello della reale anteriorità della primogenitura. Questo perché in molti casi la primogenitura non sembra dipendere da questo, ma anche da una sorta di designazione da parte del padre il quale poteva prediligere od escludere un figlio al momento della consacrazione con una berakhà. Se consideriamo i compiti che spettavano al Bekhor risulta evidente come questa facoltà paterna avesse il senso di una investitura di merito, una primogenitura come diritto morale.
Questa facoltà veniva anche considerata pericolosa se mal gestita, soprattutto per i figli di madri diverse e nel caso che una di queste potesse avere maggior influenza sul padre.
I casi comunque sono celebri, si pensi ad Esav e a Ja‛akov. Al di là della storia giustificativa dell’inganno è evidente che chi cede questo diritto di sacralità per un po’ di cibo eticamente non può essere destinato a compiti di responsabilità, ma dietro questo si potrebbe anche celare una consapevole scelta su un figlio ritenuto più equilibrato, meno impulsivo, più disposto al ruolo sacerdotale; altrimenti il Signore avrebbe certo impedito l’inganno. Si pensi anche a Joseph e al suo ruolo nella storia di Israele, e soprattutto ai suoi figli Efraim e Menashè: In Bereshit 48, 16-22 Joseph vede che il vecchio padre pone la destra sul capo di e Efraim per l'investitura spirituale, così Joseph “ne fu spiacente e la sollevò per trasferirla dal capo di Efraim a quello di Menashè. E disse a suo padre - Non così, Padre mio; questo essendo il primogenito poni la destra sul suo capo. - Ma il padre rifiutò e disse - Lo so, figlio mio, lo so, anch’egli diverrà un popolo, anch’egli sarà grande, ma il suo fratello minore sarà più grande di lui e la sua discendenza costituirà una moltitudine di genti”. -
La prefigurazione profetica di Ja‛akov, in questo caso, interrompe il diritto di successione naturale del Bekhor.
Dopo la dominazione sacerdotale dei Leviti, caduta l’investitura sacerdotale, resta comunque quella della responsabilità familiare e il dovere del riscatto del primogenito, come è scritto “Riscatterai il primogenito dell’uomo” (Vajkrà 18, 15). Questo è un precetto che deve compiere il padre. Bisogna riscattare da un Cohen poiché il figlio è considerato di proprietà del Signore.
Questo rito che si chiama Pidion è fondamentale nell’ebraismo anche perché conserva un alto valore educativo e di limite di un potere familiare unicamente concentrato su una persona.
Dunque siamo di fronte ad una mitzvah affermativa, un precetto, un obbligo, che vale in ogni tempo e in ogni luogo in Eretz Israel e in galut.
La cifra stabilita era quella di 5 selaim d’argento che oggi viene computata in valuta corrispondente o in valori congruenti ad eccezione di terreni e cambiali.
Il Pidiòn si esegue prima che siano trascorsi 30 giorni dalla nascita, mai di Shabbat o Yom Tov.
Vi riporto dal Kitzur Shulchan ‛Aruch la procedura:
Il padre condurrà con sé il figlio dinanzi al kohen e lo informerà che è primogenito da parte di madre ebrea, gli consegnerà l’argento o l’equivalente di cinque selaim, che depositerà davanti al kohen, facendo questa dichiarazione: ze benì bechorì – questo è mio figlio primogenito.
Poi lo deporrà dinanzi al kohen e questi gli domanderà ma Hi beEth tefè – che cosa preferisci e lui gli risponderà chafetz anì lifdòt et benì – io desidero riscattare mio figlio. Mentre il padre continua a tenere in mano le monete, prima di consegnarle al kohen pronuncerà la benedizione … àl pidiòn haBen … che ci ha prescritto il riscatto del figlio e reciterà anche la benedizione SheHecheyànu consegnando immediatamente le monete al kohen. Quest’ultimo prenderà l’argento e lo porrà, tenendolo in mano, sopra la testa del bambino e dirà … ze tàchat ze … – questo è al posto di questo … In seguito il padre metterà la mano sul capo del bambino e lo benedirà dicendo yesimchà Elohim … che D-o ti faccia divenire come Efraim e come Menashè (Bereshit 48,20) yevarecheca Hashem veYshmerècha, Che il Signore ti benedica e ti protegga (Vaykrà 6,24-26) ki òrech yamim uShnot chayim lunghi giorni e anni di vita (Proverbi 3,2) Hashem yishmorchà miColrà … Il Signore ti protegga da ogni male (Salmi 121,7).
Poi il Kohen dirà la berakhà su un bicchiere di vino.
Dunque non dobbiamo considerare certo il Pidion come una eredità del passato ma come una fonte viva di sacralità, un cambiamento nella confermazione di un privilegio e di un onere. Una mitzvah importante per il suo alto valore simbolico, un altro berit col Signore.
La Torah non è particolarmente esplicita riguardo alla sacralità del Bekhor.
Penso che il fatto che molti commentatori si siano espressi sull’argomento riveli qualche risvolto criptico. La sacralità dei Bekhorim ricondotta all’episodio della morte dei primogeniti egiziani è fuor di dubbio, lo dice D-o stesso nella Torah. Il fatto di colpire i primogeniti egiziani deve necessariamente essere relazionato al fatto che per gli Egiziani stessi i primogeniti avessero un valore sacrale. Perché scegliere loro e non altri? E se azzardassimo che forse sarebbe opportuno parlare di salvezza e non di uccisione? Se D-o piange sui suoi figli egiziani che annegano tra i flutti perché non avrebbe dovuto piangere per i loro figli primogeniti? Noi non sappiamo qual è il senso della vita e della morte nella mente di D-o, ma a volte non riconosciamo nemmeno il Suo senso della pietà e della salvezza degli innocenti.
Shabbat shalom veHag Shavu’ot sameach
Israel Eliahu

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