venerdì 3 maggio 2013

SHABBATH 24 IYAR 5773 / 3-4 MAGGIO 2013

Jankel Adler: Rabbino in preghiera con la Torah


ORARI DI SIRACUSA
Accensione  ore  19.31
Havdalah             20.33
Per le altre località vedi  http://www.myzmanim.com/search.aspx

PARASHOTH BEHAR SINAI e BECHUQQOTHAI: Vayqra 25,1 - 26,2; 26,3 - 27,34 
HAFTAROTH: Yrmeyah 32,6-27; Yrmeyah 16,19 - 17,14


Shalom a tutti.

Nell'approfondimento alla Parashah Bechuqqothai di 2 anni fa affrontammo il tema relativo alla simbologia del numero sette nella religione Ebraica.

Eccone un frammento:

Ritorna in questa parashà la fascinazione fondamentale del numero 7. Sette è il numero sacro agli Ebrei. A cominciare dalla creazione compiuta in sette giorni. Shabbath è il settimo giorno della settimana, il giorno del riposo e la sua trasgressione rappresenta per il nostro popolo un atto di gravità tale, che in Bemidbar viene punita con la morte.

Sette sono le coppie di ogni animale puro che Noach deve far salire sull'Arca.

Sette i giorni di Pesach. Sette le settimane prima della festa di Shavuot, quando Moshè riceve la Torah sul Sinài. Sette i bracci della Menorah, Sette i giorni della impurità, sette i giorni prima della Milà, sette i giorni di Sukkot prima di Simchat Torah, sette le vacche sognate da Parʽò. 

Nella parashà Behar Sinai la ricorrenza del sette ritorna. Come la terra dovrà riposare il settimo anno così uno schiavo verrà liberato dopo sei anni di schiavitù.

Ma vediamo come un altro numero composto del sette assume un valore fondamentale nella Torah. Si tratta del 50 inteso come 7x7+1. Lo abbiamo già incontrato parlando di Shavuʽot, che cade dopo le sette settimane del conteggio del ʽomer più un giorno di Shavuot (contare è un’operazione che fa crescere la consapevolezza di un percorso verso la redenzione).

Lo ritroviamo nella parashah di questa settimana a proposito del Giubileo, che dopo 50 anni ristabilisce l’uguaglianza sociale con la redistribuzione delle terre e dei beni: “Proclamerete libertà nella terra per tutti i suoi abitanti” (Vaykrà 25,10). Il fatto che venga utilizzata la parola «deror» come espressione del concetto di libertà indica che ci si deve liberare da qualcosa che opprime perché qualsiasi transazione che ha alterato la spartizione originaria della terra di Israele deve essere intesa come un disequilibrio sociale e un allontanamento dalle prescrizioni divine.

Tornando al nostro numero 50 vediamo come lo Shabbath ricorre ogni sette giorni, l’anno di shemittà cioè l’anno sabbatico ogni sette anni e poiché un ciclo settennale conta 364 sabati come i giorni di un anno ecco che lo Shabbath della terra deve durare un intero anno. Il Giubileo ricorre ogni sette anni sabbatici. Per la verità dovremmo parlare anche dello Yovel haYovelim ovvero il giubileo dei giubilei che ricorre ogni 2500 anni: non per caso l’anno 2448 dalla creazione del mondo iniziò l’edificazione del Mishkan. A questi si potrebbe aggiungere anche un’avventurosa e millenaristica numerazione, che troviamo nello Zohar, secondo il quale si potrebbe considerare la possibilità mistica di un ciclo di settemila anni anche per l’universo, che per seimila anni sarebbe sottoposto ad un ciclo che verrebbe poi rivoluzionato nel settimo millennio. Poiché questa considerazione corrisponde a cicli che i geologi e vulcanologi hanno definito anche in termini scientifici, o quasi (pensate alla caldera di Yellowstone la cui eruzione, ricorrente ogni seimila anni, provocherebbe un mutamento catastrofico nel clima mondiale provocando glaciazioni) credo che ci convenga allontanarci di corsa da questa divagazione millenaristica, che vi ho esposta per mera curiosità e che vi ho riportata da una conferenza di Rav Caro.
Scrive Rav Di Segni: “È stato osservato che l’ebraismo è una religione e una cultura che si distingue da altre per aver costruito i suoi monumenti non nella dimensione spaziale ma temporale. Per questo rilievo dato al tempo diventa essenziale non solo la misurazione ma anche la classificazione, in cui si stabiliscono frequenze e ricorrenze, e una gerarchia di importanza e sacralità”.

Per questo anche il numero 50 coglie una simbologia frequente e stratificata nella Torah ricorrendo 150 volte. Anche il dono della Torah, come abbiamo visto precedentemente, cade dopo 50 giorni dall’uscita dall’Egitto, dall’acquisizione della libertà dalla schiavitù.

Ed ora prendete la vostra Torah e andate a Bereshith, all’inizio. Prendete la prima tau, quella che trovate alla fine della parola Bereshit. Ora calcolate da questa altre cinquanta lettere e troverete una vav poi altre cinquanta e troverete una resh e ancora altre cinquanta e troverete una he. Abbiamo formato la parola Torah! Non vi basta? Andate in Shemoth. La prima tau è alla fine della parola shemoth. Ora ricalcolate le prime quattro lettere a cicli di 50. Sorpresi?! Ancora Torah. Dunque è possibile che 50 sia il numero che richiama la Torah.
Per concludere vorrei però fare una considerazione implicita in questa parashah che tratta proprio del rapporto fra l’uomo e la terra che il Signore ci ha data: Eretz Israel. 
In Vayqrà 26,32 leggiamo: “Io stesso desolerò la terra e desolati saranno su di essa i vostri nemici che vi risiederanno”. Ora la storia ci insegna che altri popoli che dopo il galut si sono stabiliti sulla terra che il Signore ha dato al Suo popolo Israele non hanno saputo e potuto prendere alla terra le ricchezze che Eretz Israel sta dando allo Stato di Israele. Non ci sorprenda dunque che Rashi avesse già prefigurato questa situazione commentando il versetto sopraccitato. Rashi infatti scrisse che Eretz Israel sarebbe rimasta in condizioni di abbandono, incolta, finché gli Ebrei non vi avessero fatto ritorno. Non era solo profezia ermeneutica, ma la parola stessa di D-o.

Questo ci impone quindi di considerare come esista un rapporto fra terra e popolo di Israele, come se insieme si integrassero in unum. Come se fossero due componenti di una stessa entità. Vi cito da un fondamentale libro a cura di Ester Rostagno: Il giubileo rigenerazione della terra e dell’anima edito nel 2000 da Lulav. Libro breve ma denso, la miglior lettura possibile sul Giubileo e la Shemittà e che vi consiglio di procurarvi.
“Eretz Israel ha una sua individualità”. “Eretz Israel espelle coloro che commettono determinate colpe comportandosi esattamente come l’organismo umano che si libera di ciò che non gradisce. Quando si pensa alle mancanze che causano l’esilio immediatamente si ritiene di dover fare riferimento alle relazioni umane illecite, all’idolatria e all’omicidio ma la Torah nella parashah Behar insegna che un altro peccato causa l’espulsione dalla terra, ossia l’inosservanza, da parte dell’uomo, di tutte le norme inerenti alla shemittà che priva la terra stessa della possibilità di rispettare il suo Shabbat, perché è detto: la terra dovrà riposare uno Shabbat”.
 “Ogni impedimento posto al regolare compiersi della Shemittà, avrà come conseguenza che la terra non fruttificherà più il necessario ed espellerà coloro che vi abitano”. “Rambam (Hilkhot Teshuvà 9) osserva che …
essendo Eretz Israel stata dotata di un attributo speciale da D-o può dare compensi a coloro che vi risiedono in base al comportamento mantenuto. È necessario comprendere che la terra e il popolo sono strettamente connessi tra loro e la sicurezza dell’una dipende e garantisce la sicurezza dell’altra.”

Ora se consideriamo questo, risulta evidente come sia vincolante questo legame di Israele con la sua terra, rapporto indissolubile il cui compimento, dopo la dispersione, sarà prologo all’avvento dei tempi messianici. Ricostituire l’unità di Israele significa ricongiungersi, rifondarsi nella terra, riconsacrarsi nel ritorno ad Eretz Israel.

Se è vero, come abbiamo detto in altra occasione, che dove va Israele ivi D-o lo segue è anche vero che chiediamo al Signore “Facci ritornare e noi ritorneremo” (Lamentazioni 5,21).

Nel versetto “Tornerete ciascuno al suo possesso e tornerete ciascuno alla sua famiglia” (Vayqrà 25,10) il ritorno è reso con la radice verbale shuv, la stessa di teshuvah ad indicare il pentimento e la conversione del cuore e non è certo per caso che l’anno giubilare si proclama il giorno di Kippur al suono dello shofar. Questo ritorno ad Israel significa riappropriarsi di quella libertà di cui il Signore ci aveva beneficiati e che abbiamo perduta. In altre parole siamo noi che dobbiamo riconcilarci con la terra onorandola, rispettandola, lasciandole quel riposo, simbolo della comprensione dei cicli naturali ma soprattutto della giustizia sociale, dell’etica condivisa. Cercare nel potlach o nel socialismo comunitario e nel movimento dei kibbutzim l’etica comunitaria di Israele non prescinde dalla legge divina, è già scritto tutto nella Torah. La parola di D-o ci insegna come coltivare l’anima coltivando la terra, come nutrire la speranza del ritorno al Signore lasciando il nutrimento ai poveri nella tzedaqah, nella giustizia e non nella snervata carità del piagnisteo. Giustizia, è questo che il Signore ci chiede.

In Esodo Rabbà, XV, 21 è scritto: “Il Signore ti sarà luce eterna. E quando qualcuno si ammalerà, il Santo Benedetto Egli sia ordinerà al sole di portargli la guarigione nei suoi raggi (Malakhi 4,2). Farà scaturire da Yerushala’m acqua sorgiva nella quale ogni ammalato troverà guarigione; come è detto: “Ogni cosa vivrà dovunque arriverà il fiume” (Yechezqiel 47,9). Farà produrre frutti agli alberi ogni mese e l’uomo che mangerà sarà guarito, come è detto: “Produrrà nuovi frutti ogni mese e i suoi frutti serviranno per cibo e le foglie per guarigione” (Yechezqiel 47,12). Tutte le città cadute in rovina saranno riedificate e non rimarrà al mondo alcuna plaga deserta. Yerushala’m sarà riedificata e gli idolatri verranno e vedranno la gloria di Israele come è scritto: “Le nazioni verranno alla tua luce (Yeshaʽyah 60,3). Pianto e lamenti cesseranno nel mondo come è detto: “Non si sentirà più in essa la voce del pianto” (Yeshaʽyah 65,19).
Cesserà la morte nel mondo, come è detto: ”Ha inghiottito la morte per sempre” (Yeshaʽyah 25,8). Non vi saranno più sospiri, gemiti e angoscia, ma tutti saranno lieti, come è detto: “I riscattati nel Signore torneranno e si recheranno, cantando, a Sion” (Yeshaʽyah, 25,10).
Questo tempo, questo riscatto, è il senso ultimo della shemittà e del giubileo come metafora del tempo messianico, quando la giustizia sarà ripristinata per tutti e per sempre.

Shabbat shalom

Israel Eliahu

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