giovedì 10 gennaio 2013

SHABATH 1 SHVAT 5773 / 11-12 GENNAIO 2013

 
Karla Waller 

ORARI DI SIRACUSA
Accensione  ore  16.43
Havdalah      ore  17.45
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PARASHAH VAERA: Shemoth 6,2 - 9,35
HAFTARAH VAERA: Yechezqiel 28,24 - 29,21

Shalom a tutti.
Ancora una volta i midrashim sviluppano un tema che è oggetto di riflessione particolare.
Alla parashà precedente (Shemot, 5, 1-2) davanti a Faraone si presentarono Mosè e Aharon: - Siamo gli inviati del Santo, benedetto egli sia. -
- E che cosa volete? -
- Così ha detto il Signore: manda via il mio popolo (Es 5,1). -
Allora Faraone si adirò e disse: - Chi è il Signore perchè io abbia ad ubbidirlo, mandando via Israele? Io non conosco il Signore e non manderò via Israele. -
Poi soggiunse: - Aspettate, voglio cercare nel mio libro. -
Entrò allora nel suo tesoro, ne trasse una lista di divinità e cominciò a leggere: - dio di Moab, dio di Sidon, dio di Ammon. Il nome del vostro D-o non c'è. -
Risposero allora Mosè e Aharon: - Si possono forse cercare i vivi vicino ai morti? Le divinità di cui tu parli sono divinità morte, mentre il nostro D-o è il D-o vivente -
Allora Faraone chiede: - E' giovane o vecchio, quanti anni ha, quanti paesi ha assoggettato? Quanti sono gli anni del suo regno, ma soprattutto come si chiama? -
Ricordiamo che Faraone ritiene sè stesso un dio tanto da dire:
- Io sono il signore del mondo, ho creato me stesso e il Nilo -
Questo midrash viene raccolto da tutti i commentatori, da Augusto Segre a Elie Wiesel.
Certo è che la risposta attribuita ai due fratelli è fondante una teologia, ma non basta a Faraone che in fondo chiede di vedere il loro D-o e i due non solo non sanno collocarlo in un tempo e in uno spazio, ma non sanno nemmeno il suo nome.
"Egli ha teso il cielo ed ha posto le fondamenta della terra, la sua voce si manifesta attraverso scintille di fuoco, Egli scuote i monti e spezza le rupi, il suo arco è fuoco, le sue frecce sono fiamme, la sua lancia è una face ardente, la sua spada è il lampo. Egli crea le montagne, copre i cieli di nubi, fa scendere la pioggia e la rugiada, fa spuntare le erbe e maturare i frutti, risponde al grido delle partorienti, prepara il feto nell'alvo materno e poi lo fa uscire alla luce del mondo, depone i re e li innalza al trono".
Chi è dunque questo D-o senza nome? Dov'è il suo regno sulla terra? Come si può credere a chi non si vede? E' una delle obiezioni più frequenti che le menti semplici degli atei o degli agnostici oppongono anche oggi ai credenti.
Ma noi, come possiamo comprendere colui che è oltre il mistero e la meraviglia, per usare le parole di Herschel, come parlare di colui che non ha nome e che chiamiamo con molti nomi?!
Maimonide scriveva: "Questi concetti così profondi, che quasi trascendono la comprensione della nostra mente, non possono essere espressi facilmente a parole. Le parole sono una delle principali fonti di errore perchè, qualunque sia la lingua che noi usiamo, troviamo il disturbo delle restrizioni che essa impone alla nostra espressione... Ragionate in cuor vostro sui vostri letti e tacete".
Secondo Maimonide è impossibile addurre prove dell'esistenza di D-o (Ricordiamo che Maimonide ragiona in chiave Aristotelica). Se si muove dalla realtà fisica non si giunge a provare l'effettiva realtà di D-o, nè vi si giunge movendo da realtà astratte che siano frutto della propria mente. Bisogna comprendere la verità nella sua totalità. A proposito di Maimonide Scrive Joseph Sermoneta: "E' errato tentare di giungere sino alle dimostrazioni fondamentali sulle quali dovrebbe basarsi la rispondenza tra un discorso umano e razionale da un canto e la fede in qualcosa che appartiene ad una sfera che non ci è dato conoscere dall'altro. La nostra realtà infatti non è la realtà di D-o".
"Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere", scriverà secoli dopo Wittgenstein, ebreo.
E oggi il grande architetto Peter Eisenman, ebreo, deriva le sue poetiche costruttive, i codici dell'architettura ebraica, dalla negazione della presenza. Cancellate le percezioni sensibili di un antropocentrismo dominante nella cultura greco-cristiana, Eisenman crea lo spazio della "assenza della presenza", di un Dio irrapresentabile e perfino innominabile. "Astratte sono tutte le figure del corpus symbolicum ebraico, l'astrazione è la grafia originaria". Lo spazio nella sua tensione ebraica fra memoria e messianesimo diventa un ontologia, luogo della conoscenza della dimensione universale di D-o e non delle determinazioni particolari, gli enti."
Dunque che può dire Faraone dinanzi a questa presenza della assenza di D-o?
Sfida, sul piano della concretezza, la parte di sè che non sa comprendere, il sublime, la risposta al mistero. Non sa elevarsi sopra la sua propria sapienza, nel limite dei suoi confini, la materia.
Scrive Herschel: "Nella speculazione tradizionale la meditazione intorno a D-o si è svolta via eminentiae, cioè secondo il procedimento dal noto all'ignoto. Il nostro punto di partenza, invece non è il noto, il finito, l'ordine, bensì l'ignoto nel noto, l'infinito nel finito, il mistero nell'ordine ....... La certezza della realtà di D-o non deriva dall'esperienza ma dalla nostra incapacità di sperimentare ciò che viene offerto al nostro spirito. Non è l'ordine dell'esistenza che provoca la nostra comprensione, bensì ciò che vi è di trascendente nella contingenza di qualsiasi ordine, le allusioni alla trascendenza contenute in tutti gli atti, in tutte le cose. La nostra certezza scaturisce dalla meraviglia e dall'assoluto stupore, dal timore provato di fronte al mistero e al significato della vita al di là del nostro discernimento razionale".
Per questo Faraone chiede prove a Mosè e Aharon, ma non comprende nemmeno l'intervento di D-o nella storia nelle calamità che si abbattono sulla sua terra e sul suo popolo.
Eppure nel Sefer haKuzari Yehuda haLewi fa dire al saggio Ebreo chiamato nella disputa, che la conoscenza di D-o non deriva dalla contemplazione del cosmo, ma da quella della storia del popolo ebraico che, a differenza delle altre religioni monoteiste, crede in un D-o nazionale, quello di Avraham, Ytzhak e Ya'akov, perchè solo nella Storia si coglie l'intervento divino nelle attività umane. Un D-o che agisce nella storia e che ha scelto il popolo di Israele come suo popolo. Quando il re dei Kazari gli chiede come mai parli di un D-o nazionale e non di un D-o creatore, il saggio Ebreo risponde che il D-o universale e creatore è quello dei filosofi, dell'intelletto e al filosofo contrappone la figura del Profeta, intesa come superamento della speculazione filosofica.
Questa però è l'intenzione di chi deve dimostrare la potenza di D-o, quella che useranno lo stesso Mosè e Aharon nei confronti di Faraone con la successione delle piaghe, ma il D-o di Mosè è ancora quello senza nome e figura che a lui si rivela.
Shabbat shalom
Israel Eliahu  

mercoledì 2 gennaio 2013

SHABATH 23 TEVET 5773 - 4/5 GENNAIO 2013

 
 

ORARI DI SIRACUSA
Accensione  ore  16.37
Havdalah     ore  17.39
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PARASHAH SHEMOTH: Sh. 1,1 - 6,1
HAFTARAH SHEMOTH: Yrmeyah 1,1 - 2,3


Con la parashah Shemot inizia il nuovo libro della Torah, appunto Shemot o Esodo.
Il primo interrogativo che questo racconto ci pone è quello del perché da una situazione di privilegio, come quello della vita degli Ebrei ai tempi di Giuseppe, ci si trova ora in una situazione di sudditanza e schiavitù. Siamo di fronte alle radici dell'odio antico, l'odio contro il popolo ebraico.
Scrive Piero Stefani: "Nel corso dei secoli l'autodefinizione ebraica si è articolata in riferimento a tre ambiti: Torah, Popolo e Terra. Una triade irrinunciabile che in sostanza non si è data mai in una situazione storica in cui questi tre fattori fossero fra loro saldamente integrati.

Ogni antigiudaismo e ogni antisemitismo colpisce in un modo o nell'altro l'unione di questi tre termini, dando di volta in volta il predominio ad uno di essi. L'antigiudaismo cristiano ha dato maggior peso alla Torah, l'antisemitismo moderno al popolo, l'antisionismo contemporaneo alla terra. La triade Torah, Popolo, Terra si presenta così nella storia come spazio attorno a cui si è coagulata una violenza subita che ha ben pochi riscontri nella storia del mondo".

Ma questo può spiegare le radici dell'odio antico? Perché Faraone teme gli Ebrei e vuole soggiogarli?

I numeri che esprime la Torah sulla popolazione Ebraica ai tempi di Moshè andrebbero meglio interpretati. Suggerisce Auerbach che se ci fossero stati realmente 2 milioni e mezzo di Ebrei in Egitto non avrebbero avuto bisogno di affrancarsi, semplicemente lo avrebbero soggiogato.

Possiamo estendere alla storia ebraica nel mondo antico quello che Manganelli definisce, in riferimento alla cultura occidentale, come la paura o meglio l'orrore di stessi o di quello che non si è, ma riconosciuto negli altri?

"Ora, l’ebreo è sempre stato l’uomo dell’altrove, e in questo senso è stato lo scandalo, giacché egli era ciò appunto che all’occidentale si chiede di essere, e che l’occidentale rifiuta di essere. L’antisemitismo non è un fenomeno di malvagità politica, troppo lunga è la sua storia per non sospettare che nasconda qualcosa di terribile, una sorta di follia che sempre colpisce chi froda se stesso e mente sul proprio destino. E l’Occidente è vissuto di frode. Ora la presenza ebraica continuamente e con molta dolcezza - ciò che fa impazzire - tocca e svela la frode.
Vorrei fosse chiaro che non di una dottrina, di una fede ebraica sto cercando di parlare, ma di una condizione, una collocazione nel mondo, e soprattutto, come dire, una angolatura dell’anima; come se gli ebrei guardassero da un’altra parte, verso cose che noi non osiamo guardare".

Ma perché Faraone non vuole liberare gli Ebrei che se ne vogliono andare alla ricerca di un'altra terra?

Se mai vi fosse capitato di leggere il racconto di Hugo Bettauer La città senza Ebrei, forse avreste la risposta. Ecco in sintesi il racconto: Il parlamento austriaco promulga un editto per scacciare gli Ebrei dall'Austria e Vienna entra subito in crisi. Le banche, le industrie, i negozi, i leggendari teatri e i celebri caffè chiudono. La moda propone solo squallidi loden tirolesi e la letteratura diventa da strapaese montanaro. Il mondo economico e culturale implode. Allora gli Ebrei vengono richiamati a gran voce e tornano in una festosa cornice di tolleranza. Come sapete la verità fu ben diversa e anche il nostro autore fu ucciso nel 1925 da un giovane nazista.

* * * *

Ebbene ci dice Augusto Segre in "Mosè nostro maestro" che secondo un Midrash la nuova generazione succeduta a Giuseppe aveva iniziato un processo di assimilazione mescolandosi con la popolazione egiziana, assumendone i costumi. Si cominciò a trascurare anche la mitzvah della milah allora il Signore disse: "Poiché non osservano più questa mitzvah verrà meno la simpatia che godevano in questo paese e saranno odiati".

Si presenta il drammatico percorso degli Ebrei in galut: odiati per la loro autoreferenzialità, isolati socialmente e intellettualmente per la loro diversità, percepiti come un elemento estraneo ad un sistema sociale; oppure detestati qualora abbiano tentano l'assimilazione in una cultura o popolazione ospitante perché percepiti come la metastasi di un sistema nel quale non ci si riconosce e che invece tenta di fluidificarsi.

Gli Ebrei, si dice, sono come i granelli di lievito in grado di far fermentare un sistema o una società, contribuendo in modo determinante al suo progresso e al suo sviluppo. I meccanismi di autodifesa di popolazioni "autoctone" si attivano nel momento in cui si percepisce come conflitto una pacifica e salutare coesistenza.

Ma tutto questo potrebbe spiegare le tragedie della storia ebraica?

Certo che nella parashah di questa settimana si delinea una situazione che sarà iterata nella storia e si ripresenterà nelle forme più terribili che l'umanità possa ricordare.

La storia che vede Moshè ergersi guida del popolo di Israele, per la prima volta nel racconto della Torah non è più quella di una saga familiare ma quella di un popolo che trova la sua identità e coesione nella fede nel D-o unico. Da questo momento comincia il cammino del popolo Ebraico nella storia dell'umanità, il cammino che ci porterà ad abbattere il principio di soggettività, il principium individuationis, per raccoglierci in un'unica indissolubile identità, quella di Israele, che prelude alla venuta del Mashiach, paradigma del percorso che ognuno di noi deve compiere ogni giorno per affrancarsi dal proprio Egitto.

Shabbath shalom

Israel Eliahu

lunedì 31 dicembre 2012

PERDONO


Rav Yosef Dov Soloveichik (1820-92) uno dei rabbini di Brisk


Un giorno il rabbino di Brisk, un maestro di merito e di fama eccezionali, ben noto anche per le sue doti di umana bontà e comprensione, prese il treno a Varsavia, per tornare nella sua città natale.

Il rabbino, un uomo esile, che non dava nell’occhio, vestito in modo dimesso, prese posto in uno scompartimento in mezzo ad un gruppo di commercianti, i quali, non appena il treno si mosse, cominciarono a giocare a carte. Via via che il gioco procedeva si eccitavano sempre più: ma il rabbino non si occupava di loro, tutto assorto nei suoi pensieri. Questa indifferenza disturbò gli altri, e qualcuno gli chiese di partecipare al gioco. Il maestro rispose che non giocava mai a carte. Il tempo passava e i giocatori erano sempre più seccati dall’indifferenza di quel loro compagno di viaggio. Finalmente uno gli disse: “O gioca anche lei o se ne va di qui”. E così dicendo lo prese per il colletto e lo spinse fuori. Il rabbino fu costretto a restare in piedi per delle ore finché arrivò a Brisk, meta del suo viaggio. A Brisk scesero anche i commercianti. Il rabbino fu subito circondato da un gruppo di ammiratori che gli davano il benvenuto e gli stringevano la mano.
“Chi è quest’uomo?” chiese un commerciante. “Come, non lo conosce? È il famoso rabbino di Brisk!”.
Il commerciante si sentì venir meno. Non aveva riconosciuto l’uomo che aveva offeso. Subito gli si avvicinò e gli chiese perdono. Il rabbino si rifiutò di perdonarlo. Nella sua stanza d’albergo il commerciante non poteva darsi pace. Andò a casa del rabbino e fu introdotto nel suo studio.
“Rabbi” gli disse, “ io non sono ricco, ma ho 300 rubli da parte, se mi perdona glieli consegnerò tutti, perché li usi a scopi benefici”. La risposta del rabbino fu un secco: “No”.
L’angoscia del commerciante divenne intollerabile, andò alla sinagoga in cerca di conforto, ma quando spiegò agli altri le ragioni del suo turbamento tutti restarono sorpresi. Come mai il maestro, uomo di profonda bontà , si mostrava così inflessibile? Gli consigliarono di recarsi dal figlio maggiore del rabbino, e di parlargli dello strano comportamento del padre. Il giovane, quando sentì l’accaduto, si meravigliò e a sua volta non riusciva a capire una simile ostinazione. Impressionato dall’angoscia del commerciante, promise di parlarne con il padre. Non è lecito, secondo la legge ebraica, che un figlio rivolga a suo padre una critica diretta. Per cui il giovane, entrato nello studio, iniziò una conversazione generale sulla legge ebraica e poi condusse il discorso sul problema del perdono. Quando vennero a parlare del principio per cui si deve concedere il perdono ad una persona che lo ha chiesto tre volte, il giovane fece menzione del commerciante che si trovava in così grande angoscia. Il rabbino di Brisk gli rispose: “Io non posso perdonargli. Lui non sapeva chi ero io, quel commerciante ha offeso un uomo comune, e tutti gli uomini umili come lui, vada dunque da loro a chiedere perdono”.
Abraham J. Heschel
 



mercoledì 26 dicembre 2012

SHABATH 16 TEVET 5773 / 28-29 DICEMBRE 2012

 
Shabbat table, Fiona Collins
 
ORARI DI SIRACUSA
Accensione ore 16.31
Havdalah    ore 17.34
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Parashah Vaychi: Bereshith 47,28 - 50,26
Haftarah Vaychi: Melakhim I, 2,1-12
 
Shalom a tutti.
Ci troviamo di fronte ad un episodio, il commiato di Giacobbe, fra i più dibattuti, per una complessità intrinseca che può mutare qualora venisse attribuita al brano una diversa datazione. Perché si ritiene che seppure le parole di Yaʽakov non prevedano ad esempio la riabilitazione della tribù di Levi, pure alcuni riferimenti storici tenderebbero a far uscire dall'ambito della profezia pura il testo, connotandolo alla produzione epigrafica successiva.
Intanto è evidente che il genere del brano è ascrivibile alla poesia o meglio al genere del "poema tribale" espresso nella situazione del commiato nel punto di morte che un patriarca rivolge alla propria genia. L'intento vaticinante della profezia di carattere religioso (per alcuni commentatori prophetia ex eventu quindi riferiti a fati già accaduti) lo assimila a componimenti di genere tipici delle culture semite.
La poesia ebraica antica è caratterizzata da determinati stilemi come il parallelismus membrorum, o quello antitheticus, da allitterazioni, giochi etimologici, giochi vocalici che rimandano a una rimazione primitiva.
Intanto cominciamo col dire che la parola berakhah, la cui radice è brkh, oltre al significato di benedire ne ha anche uno più generico e meno attestato di accomiatarsi, congedarsi. Questo induce a classificare il nostro brano nel genere letterario del commiato. Pensate a quello di Moshè in Deuteronomio.
Oggi la maggior parte dei commentatori ritiene che questo brano sia frutto di un poeta giudeo dell'eta di Davide, che intendeva celebrare la monarchia davidica con questo elogio (vi faccio notare che la parola benedizione viene tradotta con termine greco εὐλογία da eu e logos).
Nell'intenzione di dimostrare l'origine particolare ed isolata di questo brano sono stati evidenziati paralleli con la letteratura di genere ugaritica, della città-stato di Ugarit oggi in Siria, ritenendo fosse stato possibile il trasferimento di alcuni veicoli di genere e ornamenti letterari alla poesia ebraica antica.
Ancora Zimmern, lo riferisco per dovere di cronaca, mette in relazione l'articolazione del commiato con i segni dello zodiaco. Il ricorso ai nomi di animali che compaiono nel nostro brano, l'oracolo doppio di Simʽon e Lewi (identificabile con i Gemelli) potrebbero riferirsi ad un antico sistema astrologico, sappiamo da documenti cuneiformi che c'era una certa approssimazione di un piano zodiacale già nel primo millennio. L'ipotesi può avere qualche suggestione ma esce dai binari dell'analisi storica.
Per saperne di più:
Rav Alberto Somekh: Il commiato di Yaʽaqob. Un'ipotesi di interpretazione in chiave mediterranea. Firenze, La nuova Italia, 1990
Midrash (Pes. 56) "Giacobbe chiamò i suoi figli e disse loro: Raccoglietevi ed io vi annuncerò quello che accadrà al termine dei giorni (Ber. 49,1).
Giacobbe aveva intenzione di svelare ai suoi figli il mistero della fine dei giorni, ma la maestà di D-o si allontanò da lui. Pensò: C'è forse, D-o non voglia, qua, vicino al mio letto, qualche indegno discendente, come Ishmael al tempo di Avraham o come ʽEsav al tempo di Isacco? Gli risposero i figli: "Ascolta o Israele, il Signore è il nostro D-o, il Signore è uno" (Dev. 6, 4). Come in cuor tuo non v'è che un D-o, così uno è Iddio nel nostro cuore. Allora Giacobbe disse: " Benedetto sia in eterno il Suo nome glorioso".
Dissero in nome di Rabbi Shemuel: Questo è quanto ripetono gli Israeliti mattino e sera, ogni giorno, dicendo: Ascoltaci o nostro Padre Israele, dalla grotta di Machpelà: quella stessa consegna che da te ci fu data noi la manteniamo tuttora: "Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno".
 
Shabath shalom
Israel Eliahu
 
 



sabato 22 dicembre 2012

TZOM HAʽASIRI 10 teveth 5773 / 23 dicembre 2012

 
 
Tzom haʽasiri, digiuno del decimo mese, dall'alba al tramonto, in ricordo dell'assedio babilonese di Yrushalaym. 
TZOM TOV

giovedì 20 dicembre 2012

SHABATH 9 TEVET 5773 / 21-22 DICEMBRE 2012


Joan Landis, Shabath

ORARI DI SIRACUSA
Accensione ore 16,27
Havdalah    ore17,27
Per le altre località vedi  http://www.myzmanim.com/search.aspx 

Parashah Vayggash: Bereshith 44,18 - 47,27
Haftarah Vayggash: Yechezqiel 37,15-28

Nella prefazione al suo libro "Personaggi bi­blici attraverso il Midrash", Eli Wiesel esprime alcune considerazioni che sono illumi­nan­ti per comprendere il rapporto dell'Ebreo con la Torah e la sua narrazione, dunque con la sua stessa storia. Scrive Wie­sel: "La storia ebraica si rivolge al presente. Negando la mitologia essa influi­sce sulla no­stra vita e sul nostro ruolo nella società. Giove è un simbolo ma Isaia è una voce, una coscienza. Zeus è morto senza essere vis­suto ma Moshè resta vivo ... Non fosse per la sua memoria che egli vuole collettiva, l'Ebreo non sarebbe Ebreo, o più semplicemente non esisterebbe.


... Se noi abbiamo la forza e la volontà di parlare è perché i nostri padri si esprimono attraverso ognuno di noi ... l'Ebreo si sente più vicino al profeta Elia che al proprio dirim­pettaio ... l'Ebreo si ricorda di loro (i Padri) e li vede al crocevia della loro esistenza ... sono esseri umani, non dei ... il loro cammino s'inscrive nel suo, pesa sulle sue scelte, la scala di Yaʽakov dilania le sue notti … de­scrivere, parlare di Moshè vuol dire seguirlo in Egitto e fuori dall'Egitto ... queste storie sono di un'attualità sorprendente: Giobbe è nostro contemporaneo".
La storia di Giuseppe accompagna per quattro settimane la nostra lettura della Torah, in una lunga narrazione; non è una storia come le altre. D-o è assente in questa storia d'amore, in questa faida di fratelli.
Scrive Wiesel che la storia di Giuseppe è quella di una serie di metamorfosi: familiare, sociale, filosofica ed ebraica. Perché Giu­sep­pe da ragazzino arrogante e suppo­nente, sarà vinto, poi diventerà potente, sarà un eroe di castità e purezza, poi conoscerà la consapevolezza del perdono e finalmente di­venterà un Giusto.
La sua esistenza illustra la teoria di Kir­ke­gaard sui quattro cicli della vita umana: Il primo è quello della bellezza, il secondo quello della morale, il terzo quello del riso, e l'ultimo quello del sacro.
Giuseppe diventerà uno tzaddik ma lo dovrà solo a sé stesso, alla sua metabole; nella sua condizione egli seppe accettare la sventura e il potere senza mai rinnegare quello che era, ottenendo un trionfo che doveva soltanto a sé stesso; scrive ancora Wiesel: "Giuseppe fu il primo Ebreo a soffrire per mano di altri Ebrei, seppe però dominare il suo dolore e la sua delusione, e unire il suo destino al loro".
Per saperne di più: Eli Wiesel: Personaggi biblici attraverso il midrash.
Potete trovare altri midrashim molto sugge­stivi sulla storia di Giuseppe nel libro di Paci­fici: Midrashim, fatti e personaggi biblici.
L'arrivo di Giuseppe e della sua famiglia in Egitto non trova attestazione nei documenti Egiziani, ma l'Archeologia ha dimostrato che una parte del Delta del Nilo fu fortemente semitizzata ai tempi degli Hyksos, anzi si suppone che la stessa dinastia dei faraoni che regnarono in Egitto ai tempi di Giuseppe  appartenesse al ceppo semitico nord-occi­dentale, dunque quasi parenti del popolo Ebraico. Tutte le informazioni che possiamo evincere dalla lettura di questa parte di Torah possono essere confermate da dati storici. Dalla oniromanzia ai titoli di «capo coppiere» e «capo panettiere» dei due compagni di pri­gionia di Giuseppe. Anche il titolo di Giusep­pe quale sovrintendente della casa trova ri­scontro nelle fonti egiziane.
Riguardo alla carestia prefigurata da Giusep­pe troviamo un'iscrizione nell'isola di Sehel a sud di Elefantina, dell'epoca Tolemaica, che riguarda un periodo di sette anni di carestia verificatasi ai tempi di Geser della terza di­nastia:
"Ero nella tristezza sul mio grande trono, dice Par-oh. Coloro che erano nel palazzo vive­vano nell'afflizione ed il mio cuore era terri­bilmente abbattuto perché il Nilo non era ve­nuto a tempo per un periodo di sette anni; i cereali erano magri, ogni uomo era privo di respiro, il bambino era nel pianto ..."
Anche il nome di Potifar viene trovato in una stele funeraria e il nuovo nome imposto a Giuseppe dal faraone, Zafnat-Paʽneach,  trova riscontri nell'onomastica egiziana.
Il fatto che di un personaggio così importante come Giuseppe non si sia trovata traccia nella cronaca dell'antico Egitto ha lasciato supporre ad alcuni che in realtà Giuseppe sia passato nella memoria egiziana col nome di Imhotep, anch'egli vissuto, secondo le cro­nache egiziane, nel terzo secolo e che svol­geva presso il faraone le stesse incombenze di Giuseppe. La storia di Imhotep sembra ri­calcare la cronaca biblica di Giuseppe. En­trambi moriranno a 110 anni, ma di Imoteph non è mai stata trovata la sepoltura.
Questa lettura della storia biblica e del suo riscontro nella cronaca egiziana fa arguire che non fu la cultura ebraica ad essere in­fluenzata da quella egiziana ma il contrario, proprio come è scritto nel salmo 105,17-22:
"D-o mandò un uomo davanti a loro, Giusep­pe che fu venduto come schiavo, i suoi piedi furono serrati nei ceppi, sulla sua persona venne posta una catena di ferro fino al mo­mento in cui avvenne quello che aveva detto e la parola dell'Eterno, nella prova, gli rese giustizia (lo rese puro). Il re (faraone) mandò a farlo sciogliere, il dominatore dei popoli lo mise in libertà. Lo nominò Governatore (Si­gnore) della sua casa e amministratore di tutti i suoi beni. Poteva incatenare i prìncipi a sua discrezione e rendere più sapienti i suoi anziani consiglieri".

Shabbat shalom
Israel Eliahu

sabato 15 dicembre 2012

VI PROPONIAMO UN GIOCO

 
Ebrei in preghiera nella Sinagoga durante Yom Kippur, dipinto di Maurycy Gottlieb, rielaborato da Israel Eliahu

7 dei membri del Centro Tiqqun si sono intrufolati in questa scena, sostituendosi ai personaggi del dipinto: sapete individuarli?