mercoledì 20 febbraio 2013

SHABATH 13 ADAR 5773 / 22-23 FEBBRAIO 2013

 
Dennis Bacchus: Havdalah
 
ORARI DI SIRACUSA
Accensione  ore  17.27
Havdalah              18.26
 
PARASHAH TETZAVVE: Shemoth 27,20 - 30,10
HAFTARAH TETZAVVE: Yechezqiel 43,10-27

Shalom a tutti.
Abbiamo visto, nell'approfondimento della parashah Therumah, come nel pensiero ebraico vi sia la santificazione del tempo nella creazione e nella parola divina, e come il Signore conceda all'uomo di santificare lo spazio nel Mishkan.
"Una delle idee centrali dell'ebraismo - scrive la Shenkar - è il concetto di un sacro che non può essere fissato; di un popolo che mira a una terra ma che rimane sempre in viaggio, in un altrove; di una Gerusalemme non già posseduta ma sempre da acquisire". E Bruno Zevi, in un saggio breve ma intenso, Ebraismo e concezione spazio temporale dell'arte scrive:
"Gli Ebrei sono Ebrei in quanto respingono la staticità delle cose e delle idee e credono nel mutamento e nel riscatto". Coinvolto in una responsabilità creativa, non nella mera contemplazione del creato, il costume di vita degli Ebrei è ritmato sul tempo. Le loro solennità sono segnate, in larga misura, dalle stagioni e dai ricordi. Nello Shabbat i religiosi individuano la santificazione del tempo, di D-o, dell'esistenza.
"I Sabati - scriveva Herschel - sono le nostre grandi cattedrali: il rituale ebraico può essere qualificato come l'arte delle forme significative nel tempo, come architettura del tempo".
Lo vedremo anche a Pesach, quando l'uomo si libera da ogni schiavitù e nella memoria ricomincia questo percorso di affrancamento da ogni Egitto, dalla materia, iniziando ancora una volta il percorso che libererà la sua anima. Non a caso alcuni testi cabalistici lo paragonano alla nascita, quando il bambino lascia l'ambiente amniotico.
Dunque tutte queste disposizioni che il Signore dà, devono essere lette in questa dinamica dello spazio tempo. Ogni oggetto, ogni vestimento si caricherà, nei secoli, nei millenni a seguire, di afflati mistici, di stratificazioni simboliche complesse e a volte misteriose, moltiplicando lo spessore semantico di ogni dettaglio.
Troviamo nel Trattato dei Palazzi, Zohar, Bereshit 38a:
"Rabbi Shimon dice: Abbiamo appreso che, per creare il mondo, il Santo incise i segni del segreto della fiducia nelle trasparenze eminentemente segrete".
Ma Heschel scrive "l'insegnamento dell'ebraismo consiste nella teologia dell'azione comune. La Torah sottolinea che l'interesse di D-o è per il vivere di ogni giorno, per le consuetudini della vita. La sfida non sta nell'organizzare grandi sistemi dimostrativi, ma nel modo in cui gestiamo il luogo comune". Questo assunto fa dire a Zevi: "Per questo il nostro santuario può essere una tenda sotto la volta celeste, un'arca mobile che segue il nostro itinerario. È un tempio che si chiama scuola perché vi si insegna la storia, può essere la scuola peripatetica del nostro errare, in quanto la storia è nel Libro che è in noi".
Forse per questo nella Torah a volte il Tabernacolo viene chiamato Mishkan a volte Ohel Moʽed. Ohel è la tenda, Moʽed è il tempo delle feste, il tempo dell'uomo. Cosicché una traduzione possibile sarebbe Tenda del Tempo.
Cogliamo un aspetto abbastanza criptico del choshen, il pettorale del Kohen hagadol: Lattes dice che è difficile leggere unanimamente un qualsiasi simbolismo nelle dodici pietre incastonate e corrispondenti ai figli di Yaʽakov e dunque alle dodici tribù.
Vediamo ad esempio come lo Zohar commenta: "Queste dodici pietre preziose di Basso sono il riflesso sulla terra delle dodici Tribù cosmiche del mondo della Kedushah. Su ciascuna è inciso il nome della tribù collegata. Vedete subito come in ambiente mistico ogni valore simbolico possa trovare un'accezione.
Per dovere di cronaca vi riporto di seguito le rispondenze delle pietre con le tribù.

Prima fila:       rubino-Reuven, topazio-Simeone, smeraldo-Levi;
seconda fila:  zaffiro-Giuda, opale-Issacar, diamante-Zabulon;
terza fila:        giacinto-Dan, agata -Gad, ametista-Neftali
quarta fila:      berillo-Asher, onice-Giuseppe, diaspro-Beniamino
                    
In effetti sembra evidente come questo oggetto non avesse una concreta funzionalità liturgica ma piuttosto rappresentasse altro da , dunque avesse un valore trascendente.
Ma in qualche situazione, per evitare autoriflessioni ermeneutico-filosofiche, conviene appellarsi al Wittgenstein che scrive: "In filosofia si corre sempre il pericolo di produrre un mito del simbolismo o un mito del processo spirituale. Invece di limitarci a dire, semplicemente, quello che tutti sanno e devono ammettere" o come scrive ancora "Voglia D-o provvedere il filosofo di uno sguardo acuto per ciò che sta sotto gli occhi di tutti". Dunque senza accedere forzatamente al gesunder Menschenverstand, al senso comune evocato da Rosenzweig in "Dell'intelletto sano e malato" proviamo, a volte, ad accordarci a quell'equivalenza fra pensiero ebraico e intelletto sano che intravede Glatzer, o perlomeno "a quell'attenzione per il concreto, l'individuale, l'irripetibile di ogni situazione singola che percorre tutta la cultura ebraica e ne condiziona, sottolinea Levinas, le forme culturali più caratteristiche, prima fra tutte il Talmud" (Gianfranco Bonola: Il disagio della filosofia).
In questo Midrash la semplice pragmaticità ebraica:
"E farai delle assi per il tabernacolo" (Es 26,15).
E da dove provenivano le assi? Il nostro Patriarca Giacobbe le aveva preparate. Quando egli giunse in Egitto, disse ai suoi figli - figli miei, voi sarete liberati da questa terra e il Santo Benedetto Egli sia, dopo la vostra liberazione vi ordinerà di costruire un tabernacolo, perciò preparatevi fin d'ora e piantate dei cedri, di modo che essi siano pronti quando Egli vi darà l'ordine di costruire il tabernacolo - Senz'altro fecero così e cominciarono a piantare; è detto infatti "le assi" quelle che loro padre aveva preparate (Tanchuma-Terumah).
Come dire che mentre noi ci interroghiamo sui significati reconditi e sulle simbologie i nostri padri si sono armati di seghe e pialle e si sono detti "Bene!! Andiamo a prendere la legna".

Shabbat shalom
Israel Eliahu

PURIM 5773 - DIGIUNO DI ESTER: anticipato all'11 Adar/giovedì 21 Febbraio (dall'alba al tramonto)

 
Shalom a tutti.
Sappiamo che gli Ebrei praticavano il digiuno il giorno precedente a battaglie, ritenendo che questo atto li conciliasse ancor più con D-o e per questo motivo digiunarono anche il 13 di Adar, quando si riunirono per difendere la propria vita. Per onorare questa memoria il 13 di Adar si digiuna. Ma questo digiuno, come ogni altro, ha anche valenza di purificazione, di preparazione prima di accostarsi al sacro, come è nella memoria collettiva degli Ebrei. I nostri maestri scrivono che il digiuno "deve risvegliare i nostri cuori e indurci a percorrere le vie della penitenza, affinché questo ci serva a serbare ricordo delle nostre azioni negative e di quelle dei nostri antenati.... Ripensando a ciò saremo in grado di migliorare la nostra condotta come è detto: Confesseranno i loro peccati e i peccati dei loro padri" (Levitico 26,40).Io penso che questo svuotamento debba essere inteso come atto essenzialmente spirituale. Conoscete la storiella di quel tale che si voleva accostare ai gradi superni della conoscenza e si recò da un maestro, spiegandogli con dovizia informativa i gradi di preparazione già raggiunti? Il maestro gli chiese se gradiva una tazza di tè; così cominciò a versare la bevanda e quando il bicchiere fu colmo continuò a versare il liquido che scese sul tavolo e poi in terra. A questo punto l'aspirante allievo disse - Maestro, mi scusi, ma sta sciupando il tè inutilmente. - Il maestro rispose - Vedi, questo bicchiere è come te, sei venuto qui già pieno, senza umiltà e senza reale desiderio di imparare veramente, cosa potrei mettere in un uomo colmo di supponenza? Svuotati, sii umile, solo allora potrai accostarti alla verità superna. -
Fermo restando che il digiuno ci dà la misura che nulla è scontato e per tutto quello che abbiamo dobbiamo ringraziare il Signore ogni giorno. Questo facciamo recitando le berachot ogni mattina e anche ogni volta che ci accostiamo al cibo.

Tornando al digiuno di Ester dunque, dobbiamo sapere che non è un digiuno vincolante. Sono ammesse cioè delle facilitazioni per donne gravide, e per le persone malate o indisposte. Per altro, tutti sono tenuti ad osservarlo, anche se in viaggio o se il digiuno risultasse gravoso.

Vi ricordo inoltre che di Purim non si deve lavorare, tuttavia sono consentite transazioni commerciali, scrivere lettere di convenevoli e, a maggior ragione, è consentito ogni tipo di lavoro che serve a realizzare una mitzvah.

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Per quanto riguarda la lettura della meghillat di Ester, ci sono alcune norme importanti che dobbiamo ricordare.

È bene seguire la lettura in Sinagoga, anche perché Israele deve comprendere sempre il valore collettivo e comunitario dei propri atti.

Si devono usare gli abiti belli, quelli dello Shabbath e, come di Shabbath, tornando a casa si devono trovare le luci già accese, la tavola apparecchiata e il letto rimesso in ordine.

La sera prima della lettura si dovrà fare un'offerta, una donazione, terumah (qui non si intende la tzedaqah, giustizia elemosina; questo si fa in memoria del contributo che nel mese di Adar si raccoglieva per le offerte al Tempio per i sacrifici) dell'equivalente di tre mezzi sicli, che poi verrà distribuita ai poveri.

La lettura si tiene dopo che sono comparse le stelle. Un poco prima della lettura è consentito assaggiare qualcosa come caffè o una bevanda per riaversi dalla debolezza dovuta al digiuno.

Tutti hanno l'obbligo di ascoltare la lettura della meghillah. Chi legge ha l'intenzione di fare uscire d'obbligo tutto l'uditorio. Chi ascolta deve avere il proposito di uscire d'obbligo e quindi di ascoltare ogni parola che viene pronunciata. Chi legge deve inoltre sospendere la lettura ogni volta che avrà nominato il nome di Amàn per consentire ai presenti di fare rumore e maledire il nome del perfido personaggio della nostra narrazione.

Chi segue la lettura non deve leggere a bassa voce né anticipare né suggerire a memoria chi legge. Tuttavia ci sono 4 versetti, i pesukè gheullà, versetti di redenzione, che vanno recitati ad alta voce dai presenti e poi saranno ripetuti dall'officiante.

A Purim si devono offrire mishlòach manòt cioè almeno due porzioni di cibo così come è scritto in Ester: Mishloach Manòt ish leReʽèhu, ciascuno al proprio compagno. Si intendono cibi che non necessitano di preparazione, già cotti, ma anche dolci, frutta, vino.

Tutti, anche i più poveri, sono tenuti a fare almeno due Matanòt laevionìm, offerte ai poveri.

Inoltre è un precetto importante quello di organizzare un pranzo festivo da trascorrere in allegria, accendere candele: deve essere una giornata gioiosa, in particolare per i bambini.  Poiché il vino ha un'importanza rilevante nella storia di Ester, i nostri Saggi ci hanno imposto la regola di raggiungere una certa euforia grazie al vino, insomma di bere in misura maggiore del solito così da cadere addormentati e, nel sonno, "non riuscire più a distinguere tra le espressioni arùr Aman e baruch Mordechai", maledetto sia Aman, benedetto sia Mordechai (Talmud, Meghillà 7b). La normativa completa per il Purim potete trovarla nel Kitzur Shulchan Arùch.

Vi segnalo inoltre, per prepararci al Purim, queste importanti letture ai seguenti links:



inoltre nel sito torah.it, che il Signore li benedica per il lavoro che fanno, troverete molto altro materiale per approfondire il valore di questa festa.


Shalom e Hag sameach

Israel Eliahu

domenica 17 febbraio 2013

SALMU 80

 
 
1 A lu maistru di lu coru, supra a «Shoshanim ʽeduth», di Asaf, salmu. 2 Tu, pasturi d'Israeli, ascuta; Tu ca cunnuci Giuseppi comu a na mannira di pecuri, 3 assittatu supra cherubini brilli. Davanti a Efraim, Beniaminu e Manasse arruspigghia la to' putenza e veni a darini aiutu. 4 Fanni susiri, Signuri, nostru D-u, fa splendiri a to facci e nuiautri saremu sarvati. 5 Signuri, D-u di li eserciti, finu a quannu fremerai di sdignu cuntra li prieri di la to' genti? 6 Tu ci civi cu pani lagrimusi, ni fai biviri lagrimi in abbunnanza. 7 N'ha fattu mutivu di sdignu pi li vicini, e li nostri nimici arrirunu di nuiautri. 8 Fanni susiri, D-u di li eserciti, fa bbrillari la to' facci e nuiautri saremu sarvati. 9 Hai sdirradicatu na preula di racina dall'Egittu, pi trapiantarla hai mannatu a genti, 10 ci hai priparatu lu tirrinu, hai affunnatu li soi rrarichi, hai inchiutu a terra. 11 La so' ummra cummigghiava li muntagni e i soi rami li chiù iauti citri. 12 Hai stinnutu li soi sarmenti finu a lu mari e agghicavunu 'nta lu ciumi li soi ggermogghi. 13 Pirchì hai abbattutu li soi mura a giru e ogni viandanti po' vinnignari? 14 La po' distruiri lu cinghiali di lu voscu e si ni pasci l'animali sarvaggiu. 15 D-u di li eserciti, votiti, talia di lu celu e viri e visita sta vigna, 16 pruteggi lu cippu ca la to' manu ritta ha chiantatu, lu gigghiu ca t'hai cultivatu, 17 chiddi ca la abbracciarunu cû focu e la tagghiarunu murirannu a li minacci di lu to' visu. 18 Sia la to' manu supra l'omu di la to' destra, supra a lu figghiu di l'omu ca pi tia l'hai fattu addivintari forti. 19  Di tia chiù nun ci alluntaneremu, ci farai viviri e invocheremu lu to' nomi. 20 Fanni susiri, Signuri, D-u di li eserciti, fa splendiri a to' facci e nuiautri saremu sarvati.

Traduzione di Khaim Jehudà - Giovanni Ferdinando Giudice (di proprietà dell’autore)

martedì 12 febbraio 2013

L'IMMIGRANTE POVERO di Israel Zangwill

 
Boris Dubrov: Shtetl, 2005

Chissà! Forse fra le due razze erano i poveri vecchi ambulanti ebrei quelli che soffrivano di più e raccoglievano generalmente i più meschini guadagni. Poiché il miserabile spaventapasseri col cappello a tricorno, come lo raffigura la caricatura cristiana, che si trascina gridando con voce nasale "roba vecchia!", ha in sé una vita interiore ardente, tale da rivaleggiare per intensità, per valore, per humor persino, con quella dei più sottili motteggiatori di piazza.
Per Moshes «viaggiare» significava errare per villaggi e cittadine sconosciuti, devoti a una divinità forestiera, sempre pronti a vendicarne la crocefissione, o attraverso paesi di cui conosceva la lingua press'a poco quanto la donzella saracena che la leggenda fa sposare al padre di Tommaso Becket. Questo voleva dire per lui recitare le sue preghiere nei vagoni ferroviari pieni di gente, avvincendosi i filatteri ripiegati in sette intorno al braccio sinistro, cingendosi la fronte di una grossa cinghia di cuoio, a tutta sorpresa dei compagni di viaggio qualche volta poco comprensivi. Questo voleva dire nutrirsi di solo pane e di tè scuro bevuto dalla sua tazza, poiché carne, pesce e tutte le buone cose della vita cucinate dai goyim gli erano severamente precluse dalla legge tradizionale, anche se fosse stato meno infelice. Questo voleva dire inalberare un drappo rosso in mezzo a una mandra di tori. Questo voleva dire passare mesi e mesi lontano dalla moglie e dai figli, in una solitudine solo rallegrata qualche volta da uno shabbat trascorso in una città dove esisteva una Sinagoga. Questo voleva dire alberghi infimi e losche locande, dove era spesso mandato a letto sanguinante e indolenzito da chiassosi burloni o, magari, spogliato sfrontatamente di ogni sua mercanzia, obbligato ad abbassare i prezzi già modesti, malmenato perché sapevano che non avrebbe osato ribellarsi. Questo voleva dire sopportare derisioni e canzonature in una lingua che capiva solo quando occorreva e rendersi conto che era crudele, benché alcuni lazzi gli fossero divenuti familiari a forza di sentirli ripetere. Un giorno, interrogato su dove fosse Moshè quando si era spenta la luce rispose in yddisch che la luce non poteva spegnersi poiché "È detto nel versetto che intorno al capo di Moshè, nostro grande legislatore, era perpetua l'aureola luminosa". Un vecchio tedesco che si trovava per caso a fumare nell'osteria quando il mercante ambulante diede questa commovente risposta, rise di cuore e battendo amichevolmente sulla spalla dell'ebreo, tradusse la sua battuta agli altri presenti. Questa volta trionfò lo spirito e i bevitori, un po' vergognosi, fecero a gara ad offrire birra amara all'ebreo astemio. Ma Moshè Ansell era più abituato alla coppa dell'afflizione che a quella del benvenuto, senza neppure accorgersi di essere eroico: sopportava la sua parte di sofferenza nella lunga agonia della sua razza condannata ad essere zimbello degli infedeli. Morire per la propria religione è indubbiamente più facile che vivere per lei; ciò nonostante Moshes non si lamentava mai, né perdeva la sua fede. Esser bersaglio di sputi era condizione stessa di vita per l'ebreo moderno privato di Israele e del suo Tempio. Il mendico afflitto e stanco, sbattuto, vilipeso, è ancor più caro al Signore Idd-o che lo ha scelto fra tutti i popoli. Me se gli insulti torturavano l'anima di Moshes in questo mondo, era certo che nell'altro sarebbe assiso su un trono d'oro a cantare salmi per l'eternità.

giovedì 7 febbraio 2013

SHABATH 29 SHVAT 5773 / 8-9 FEBBRAIO 2013

 
Édouard Moyse: Sinagoga durante la lettura della Torah
 
ORARI DI SIRACUSA
Accensione  ore  17.13
Havdalah     ore  18.13
 
PARASHAH MISHPATIM: Shemoth 21 - 24
HAFTARAH MISHPATIM: Yrmeyah 34,8-22 (più 33,25-26)
 
Shalom a tutti.

Scrive Rabbi Moshè Chayim Luzzatto: "La vera presenza del bene e del male consiste nel fatto che il Signore, Benedetto Egli sia, ha collocato nel mondo la kedushà e la tum’a, la santità e la impurità. La kedushà è la vicinanza a D-o benedetto e la tum’a la lontananza. (…) per cacciare l’abominio della tum’a, il Signore ha designato per l’uomo delle azioni attraverso le quali si attira la kedushà e gli ha ordinato di compierle sempre: esse sono le 613 mitzvoth, i precetti". Cioè le leggi del Signore.
Perché il Signore si è limitato a dare soltanto dieci Devarim? La risposta è che le dieci parole contengono in sé tutte le altre leggi che l’uomo deve rispettare. Dunque implica non solo l’esistenza di una Torah scritta ma anche di quella orale, che non è un adeguamento della legge divina ma la esplicazione di quanto già contenuto nella Torah. Alcuni precetti sono misteriosi, ermetici, come quelli dei tefillin o della mezuzah, che non hanno prescrizioni scritte e dunque andavano precisate dalla normativa rabbinica successiva, cercata e compresa proprio nella decodifica della Torah. In Devarim 17,11 troviamo: "Non devierete da ciò che vi diranno né a sinistra né a destra". Si pone dunque la questione sulla validità di leggi date 3000 anni fa e che ancora devono mantenere il loro senso assoluto, sia da un punto di vista dell’etica che da quello normativo. Se per Platone il concetto di legge contiene l’idea di una normativa che consente di piegare la società umana alla necessità di una giustizia sottraendola allo stato di natura, per Aristotele l’idea di legge naturale si articola sulla universalità della ragione; una legge non scritta di cui gli uomini "hanno una comune divinazione e il cui sentimento è naturale e comune anche se non esiste fra essi alcuna comunità né contratto" Dunque degli a-priori in senso Kantiano come forme pure che sussistono prima dell’esperienza. Per gli Ebrei la Torah è perfetta per costituzione divina Torah min hasamayim ed ha in sé la capacità di produrre mutazioni e di rendere sé stessa adeguata all’evoluzione sociale. La legge del Signore è vivente, i nostri Maestri, nella incessante rilettura del testo sacro, ne hanno di fatto estruso il senso di continuità "parole-cose divine viventi", Divre Elohim hamayim.
Scrive Jaqueline Genot: "La legge degli anziani che i Farisei cominciano a selezionare, a costituire, a riformare, fin dal primo secolo della nostra era è storicamente il primo luogo di risposta a questa sfida dell’articolazione vivente della Torah nel divenire della storia".
Solo in questa prospettiva comprendiamo perché l’uomo ha colto nella solitudine del deserto, nel vuoto, nel silenzio che lo separava dal mondo ma che lo avvicinava a D-o Benedetto, la bellezza universale della legge.
Proprio perché la Torah non è una guida che rende schiavi, ma una scelta di libertà. In fin dei conti la libertà individuale si misura proprio nella possibilità della disobbedienza, nella propria totale responsabilità.
La legge del Signore è perfetta scrive Nahmanide (Ramban) in una sua omelia. Torat Adonay Temimah. L’osservanza della legge offre la possibilità di raggiungere una meta, non è essa stessa la meta, È un cammino, come indica la parola stessa, halakah da haloch, camminare.“Per gli Ebrei la legge, scrive Fromm, richiede l’azione e non la fede, è creata per la totalità e non per il singolo, per il popolo e non per una classe. La legge della Torah è espressione di una democrazia sostanziale”.
Max Weber scrive:“La legge deve avere un contenuto tale da costituire un sistema normativo vincolante per tutti i membri del popolo e insieme la capacità di salvaguardare l'individualità religiosa del singolo, un sistema che affondi le sue radici nell’idea religiosa che il popolo deve assimilare. L’atteggiamento religioso-etico fondamentale non viene trasformato in sistema teologico, ma sfocia direttamente nella Halakah, nella legge. Sicché questa diventa la più forte espressione del sentimento religioso, che non si forma nell’ambito del pensiero, bensì in una pratica nazionale, sociale, razionalmente significativa”.
Potremmo anche aggiungere che la Torah fonda una legislazione che non pone in sé un profilo escatologico, ma è strumento operativo che consente all’intera comunità di raggiungere quel grado di perfezione cui deve tendere Israele.
Affrontare la Parashà Mishpatim senza aver chiari questi concetti significa affrontare un mondo che parrebbe non avere legami con la modernità, senza riconoscerne il valore assoluto; senza comprendere la potenza universale della legge divina.
In Mishpatim sono espressi articoli, paragrafi di diritto civile e penale che devono regolare i rapporti fra gli individui di una collettività; ad esempio lo status giuridico del lavoratore. Si parta intanto dal concetto di dignità del lavoro insito nella Torah scritta e orale. Non è un caso che proprio fra i più dotti Ebrei troviamo un lavoro manuale, molti di essi erano contadini come Rabbi Eliezer ben Hykran, Rabbi Jochanan ben Zakkai, Rabbi Eliezer ben Azrja etc.
Il lavoro di un operaio porta beneficio alla comunità quanto quello del sapiente dedito allo studio.
Mishpatim affronta e regola giuridicamente la questione della schiavitù; se è vero che l’istituzione era accettata nel mondo antico è vero anche che oggi ha connotazioni molto più negative di allora, quando il temine indicava anche un rapporto di dipendenza di lavoratori.
Per un commento esaustivo, oltre alla lettura della parashah vi rimando a Nuovo commento alla Torah di Dante Lattes, editore Carucci.
Io vi lascio con questi detti Talmudici:
"Chi defrauda l’operaio è come se gli togliesse la vita. Egli vive del suo salario e ad esso è rivolto il suo desiderio".

Ed ecco questo racconto: "Un collega disse a rabbi Huna:
- Tu sei un uomo pio e rigorosamente retto. Da una sola mancanza non puoi essere assolto: alla vendemmia non hai dato al tuo servitore la parte di uva che gli spetta per legge.
- Perché avrei dovuto dargli dell’uva quando non c’è dubbio che egli me ne rubò più di quanta io fossi tenuto a dargli? - Fu la replica di rabbi Huna
- E per il solo sospetto che il servitore ti derubi tu credi di poterti permettere di derubare il servitore?"
Trattato Baba Mezia in Erich Fromm: La legge degli Ebrei, Rusconi

Shabbat shalom
Israel Eliahu
 


giovedì 31 gennaio 2013

SHABBATH 22 SHVAT 5773 / 1-2 GENNAIO 2013

Ernst Oppler: Interno di Sinagoga
 
ORARI DI SIRACUSA
Accensione  ore  17.05
Havdalah     ore  18.06
 
PARASHAH YTHRO: Shemoth 18 - 20
HAFTARAH YTHRO: Yeshaʽiahu 6,1-13
 

Shalom a tutti.
Shemoth 9,19: Il Signore disse a Mosè: Ecco io ti apparirò attraverso una densa nube, affinché il popolo oda mentre ti parlo e in tal modo avranno piena fiducia in te anche per l'avvenire".
Le nubi che nascondono D-o possono avere sicuramente il compito di celarlo alla vista cosicché nessuno possa farsene rappresentazione. Ma questo farebbe supporre un D-o altrimenti visibile. In Shemoth 33,20 troviamo: "Non potrai vedere la mia faccia perché nessun uomo può vedermi mentre è in vita". Una errata interpretazione di questo passo lascerebbe supporre una possibile raffigurazione antropomorfica e antropopatica del divino; per quello che riguarda la letteratura rabbina postbiblica non è raro imbattersi in descrizioni VERBALI che rimandano a tali rappresentazioni, basti pensare alla mano o al piede di D-o spesso descritte o al volto che si gira benedicente; ma il comandamento Shemoth 20,4 "Non ti farai alcuna scultura per adorarla né immagine qualsiasi di tutto quanto esiste in cielo al di sopra o in terra al di sotto o nelle acque al di sotto della terra" non lascia spazio ad interpretazioni sul perché D-o non si mostri apertamente agli uomini.
Per approfondire vi consiglio: Maurizio Mottolese: D-o nel Giudaismo rabbinico. Morcelliana, 2010
Tuttavia è interessante notare come sovente sia compito delle nubi celare la maestà divina.
In Shemoth 13,21-22: "Il Signore li guidava di giorno mediante una colonna di nubi...". Shemoth 16,10: "Mentre così parlava Aron alla congrega dei figli di Israele, questi rivolgendosi verso il deserto, videro apparire la maestà divina attraverso la nube". Poi vedremo successivamente in Shemoth 21,21: "Il popolo rimase lontano dal monte mentre Mosè si avvicinò al denso della nube ove era il Signore". Shemoth 24,15-18: "Mosè salì sul monte e il monte fu avviluppato dalla nube. La divina Maestà si fissò sul monte Sinai che fu avvolto dalla nube per sei giorni e il settimo giorno il Signore chiamò Mosè dal denso della nube... Mosè penetrò nel denso della nube, salì sul monte restando lì quaranta giorni e quaranta notti". Successivamente le nuvole che celano D-o ritorneranno in Shemoth 33,9-10; Shemot 40,34-35; Vaykrà 16,2; Bemidbar 9,15; Bemidbar 10,34 ; Bemidbar 14,14; Bemidbar 17,7; Devarim 4,11; Devarim 31,15; e ancora in Tehillim 99,7; Yechezqiel 1,27-28.
Se è vero che simbolicamente le nubi si collegano alla sfera dell'alto, al mondo celeste e supernaturale, è vero anche che possono essere considerate l'assenza di materia, l'ineffabile, l'incorporeo, il pantamorfo, quindi ciò che è evanescente, imponderabile, qualcosa che non si può fissare nella dimensione dello spazio perché la sua continua dinamica le lega alla dimensione del tempo. Per questo nella loro indeterminazione potrebbero riferirsi a ciò che non è rappresentabile, non dominabile proprio perché aereo non inscrivibile in una forma. Diventano il simbolo del mistero divino, di ciò che non è conoscibile ma ha una sua teofania anche attraverso le nuvole.
Ecco un frammento da Mishkan ha-ʽedut di Moshè ben Shem Tov de Leon XII secolo:"Quando la sefirah Malkhut guida le schiere terrestri si avvolge in un abito e quando guida le schiere celesti si spoglia ed esce dal suo scrigno. E l'abito, quando lo indossa, non lo tiene che per un tempo brevissimo.Grazie al mistero dell'abito di cui si veste, i giusti sulla terra possono avvicinarsi a lei. Questo è il segreto del versetto che dice: - Mosè s'avanzò verso la nuvola nella quale era D-o (Shemoth 20,21) - La nuvola è realmente la veste di cui la sefirah si cinge per guardare il mondo. ... Ecco un esempio valido per l'esperienza di tutti i popoli: le potenze celesti quando vogliono agire sulle potenze terrestri per farle prosperare e guidarle si manifestano in forma (cioè vestendo un abito) fisica. È quello che dice il versetto ottavo del Salmo 147: "È lui, il Signore, che ricopre il cielo di nuvole, prepara la pioggia per la terra,  fa germogliare l'erba sui monti". Infatti senza copertura o veste, i cieli non possono guidare la terra per prepararla ed aiutarla".
Anche nello Zohar ritroviamo questo tema sviluppato in relazione a Shemoth 24,18 e 24,21, che vedremo nella prossima parashah.
"La Shekhinah, avvolta nella sua nube, discende verso Mosè e gli fa dono della nuvola, affinché egli possa fare il cammino inverso al suo per salire verso i luoghi divini".
Dunque le nuvole nascondono D-o e nello stesso tempo sono teofania e per la loro stessa consistenza rimandano alla incapacità di ricondurre D-o ad una forma visibile, così come è comandato.
Ricordiamo anche che le nuvole sono portatrici di pioggia, che di fatto pone il collegamento fra la terra e il cielo. Questa considerazione mi richiama un bellissimo breve saggio di Catherine Chalier: Il trattato delle lacrime. In relazione all'occhio che proprio quando è velato di pianto e la vista appannata come da una nube ...
"Velando la chiarezza del mondo, le lacrime obbligano a ritirarsi lontano dalle evidenze, ordinarie o raffinate, del mondo comune e condiviso. Acuendo il senso della loro estrema fragilità e del fondo notturno che costituisce il loro fondamento, anche quando gli uomini attorno a sé sembrano continuare a trovarvi il loro approdo per meglio sistemarsi o affaccendarsi in questo mondo, esse privano di tale sostegno. L'acqua delle lacrime fa svanire la fermezza e il rilievo delle forme, impedisce lo sguardo diretto e fa vacillare, o addirittura spegne, la brace ardente cui le parole umane attingono il loro slancio...
Ora, in questo momento di dissolvimento, e per effimero che sia, il giudizio che chi piange si credeva autorizzato a emettere su di sé, sul mondo e su Dio, fintanto che si fidava delle certezze della sua sensibilità, del senso comune, o ancora dei propri audaci ragionamenti - questo giudizio cede anche sotto la pressione infima di quest'acqua. La persona che piange rinuncia infatti a giudicare e a sapere, rinuncia alle armi della conoscenza per lasciarsi sorprendere da una passività senza fondo..."
Potete leggere questo breve trattato, un vero gioiello, al link qui sotto.
 
Shabbath Shalom
Israel Eliahu